L’indie è morto: ma il mio indie non è uguale al tuo!


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Forse sarà la calura estiva o forse quell’atmosfera da ghost-town che aleggia solo nella settimana di ferragosto, eppure un rigolo di frustrazione mi sale quando leggo un articolo -datato 16 agosto- su Il Fatto Quotidiano, con l’emblematico titolo “L’indie è morto. Il pop si è preso i Thegiornalisti, Coez, Gazzelle e Calcutta, non restano che pochi cantautori“. Sì, lo so non dovrei prendermela più di tanto, eppure proseguendo nella lettura trovo le solite forzature per semplificare un fenomeno in realtà molto più complesso e che parte da molto più lontano di quel tanto citato 2015 -come se fosse l’anno zero per la musica indipendente-. Nell’articolo -brevemente- si analizza lo scenario musicale italiano attualmente dominato da questi volti “nuovi” (Calcutta, Coez, Thegiornalisti e via dicendo), da un successo palpabile soprattutto tra concerti e passaggi radiofonici -per non parlare degli ascolti in streaming- e della loro propensione major, piuttosto che indie. Insomma, Andrea Conti che firma l’articolo, sostiene giustamente che la musica proposta da queste nuove leve dell’indie-italy siano prettamente pop e quasi per nulla indipendenti, almeno rispetto agli esordi o al loro recente passato. In fondo, questa analisi è sostanzialmente corretta, se non che il concetto “indie” utilizzato/abusato dalla stampa musicale e generalista, non rappresenta quelli che sono i veri canoni della musica indipendente.

Indie-pop, it-pop, indie-italy, sono tutte etichette-contenitore per giustificare un fenomeno altrimenti inspiegabile (ma non è vero!) per l’industria musicale, che non trovando continuità di progetto artistico e di vendite nei personaggi che via via uscivano dai talent-show, smettendo di fare scouting intelligente o andare a concerti, snobbando il sottosuolo musicale che viveva (e ha sempre vissuto) di piccole label indipendenti. Il resto lo ha fatto la tecnologia digitale, i social ed il diverso modo di usufruire della musica. Registrare per conto proprio delle canzoni non è qualcosa di impossibile, postarlo su youtube e creare un piccolo seguito è ancora più facile, per non parlare dell’accesso a portali streaming figliocci di quello che un tempo era il buon vecchio myspace. La musica indipendente oggi è questa, ed in molti casi segue pure l’iter appena descritto. L’essere indipendente è la meravigliosa condizione di persone che amano davvero la musica, tanto da sacrificare il poco tempo e denaro, per suonare, produrre, distribuire le proprie canzoni che saranno ascoltate -nella migliore delle ipotesi- da un centinaio di coetanei. Esistono migliaia di microscopiche scene in tutta Italia, ciascuna con proprie peculiarità, inclinazioni, influenze, in molti casi neanche interconnesse fra loro, ma capaci di arrivare ad ascoltatori attenti, lucidi, innamorati dell’arte di far musica e di condividere esperienze, speranze, aspirazioni. In questo spazio di recensioni se ne possono leggere alcune, ma chissà quante altre ce ne sono, esistono e proliferano nella provincia, nella periferia, negli indefiniti spazi della campagna italiana. Alcuni di loro li ho conosciuti personalmente e posso affermare con certezza che è la passione a muovere questo underground così variegato ma scollegato nei propri microuniversi, eppure fondamentale per la musica perché alimenta con grande inventiva e tenacia quel sottostrato artistico che è la linfa per qualsiasi produzione/creazione.

indie calcutta

Quindi no, quello che le masse, le riviste, le radio commerciali chiamano indie, non è lo stesso che intendo io! Semmai è un’evoluzione verso il mainstream, una punta di iceberg che vuole a tutti i costi vedere il sole, una forma musicale che vuole e pretende di uscire dai propri ristretti e sicuri confini, per evadere in un mondo molto più grande, molto più complesso, molto più volubile. Il pesce piccolo si tuffa nel grande acquario, e se ha fortuna e caparbietà riesce persino ad ambientarsi con disinvoltura, come Calcutta, Motta, Gazzelle, Coez e così via (leggi qui), mentre ce ne sono tanti altri (che non cito) che tentando il grande salto non ce l’hanno fatta ed ora viaggiano a mezz’acqua, troppo grandi per tornare all’ovile indipendente, troppi piccoli per sopravvivere in un mainstream che non offre seconde chance.

L’etica indie non è recente scoperta, nasce dagli scantinati punk e se ne divincola con grande ostinazione, prolifera in silenzio tra musicassette di qualità scadente e fanzine ciclostilate a mano di vita brevissima, si fonde con l’hardcore ed allo stesso se ne allontana, trova nella libertà d’espressione la via per superare stili, etichette di genere. In alcuni eclatanti casi, la musica indipendente sconfina ed invade il mainstream con foga esagerata, tanto da venire depredata dagli avidi producer delle multinazionali musicali: è successo con il punk, è successo con il grunge, è successo con l’ondata indie-rock degli anni duemila. In Italia, nonostante il precedente dei CSI al numero #1 nelle charts nel 1997, la memoria è sempre stata corta, ed a ogni nuova ventata di musica finora sconosciuta -poiché non consigliata da chi in quel momento conta- ci si spende con i soliti paragoni alle scuole cantautorali degli anni Sessanta e Settanta: musicalmente il Belpaese è rimasto fermo là. Così l’appellativo cantautore viene sprecato ed abusato verso chiunque sia in grado di scrivere due versi di senso sociale compiuto, senza tuttavia riuscire a rimanere ancorato al cuore degli ascoltatori, come invece hanno fatto quelli che cantautori lo erano per davvero, per qualità morale ed attitudine poetica. Difficile valutare il pedigree da songwriter di personaggi come Calcutta o Tommaso Paradiso, come è molto raro trovare autentici cantautori nell’oscuro sottosuolo indipendente italiano: ci sono ottimi autori di canzoni, bravissimi artisti che nelle loro strofe riescono ad arrivare alle persone, ma francamente spendere il termine cantautore per tutti loro mi sembra azzardato. Lasciamo che sia d’élite, per chi davvero se lo merita.

Quindi l’indie è davvero morto? L’indie di cui si parla nell’articolo de Il Fatto Quotidiano sicuramente sì, o meglio è diventato pop dal momento stesso in cui è comparso sulle bocche di tutti. Per quegli artisti etichettati come indie si è concluso un ciclo -quello delle piccole label, dei concerti nei club, delle copie vendute a mano al banchetto dei cd-, se ne apre un altro, quello del complesso mercato musicale, dove vincere non è importante, è solo l’unica cosa che conta! Invece l’indie dei piccoli spazi, delle strette di mano, delle solite ma fedeli facce, quello che sua stessa natura -l’essere indipendente e libero da tutti- non morirà mai, fintantoché ci sarà qualcuno con una chitarra in mano, un po’ di frustrazione e qualche bel verso da cantare, in penombra, o perlomeno con non troppa luce sugli occhi.

La Firma: Poisonheart

 

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