Either / Or – Elliott Smith

It’s just a brief smile crossing your face
Running speed trials still standing in place
Mi chiamo Camilla e racconto della musica che riposa nel fondo della mia anima … e la condivido con voi …

 

Il 21 ottobre del 2003 il corpo di Elliott Smith venne trovato senza vita con due coltellate al petto; un altro angelo dalla faccia sporca caduto ad Echo Park. Se ne andava così un geniale, tormentato e sottovalutato interprete della musica indipendente, la sua poetica sprezzante accompagnata da una semplice chitarra acustica sapevano regalare emozioni sincere attraverso pezzi di vita masticati, vissuti e sputati via.
E’ la raffinatezza delle sue liriche che cela un disagio brutalmente onesto, ma che allo stesso tempo ha il pregio di consolare l’ascoltatore, come se gli sussurrasse che non è solo. Sembra difficile così fare un’ampia disamina di tutti i suoi lavori, in una carriera decennale fatta di molti bei dischi ma di poche soddisfazioni commerciali.

Either/Or viene pubblicato nel febbraio del 1997 per la Kill Rock Stars di Olimpia e a posteriori viene considerato il lavoro più emozionante ed intenso, nonostante musicalmente sia molto conciso e poco incline a ghirigori melodici: solo una voce sommessa ed una chitarra acustica. Pennate alternate di 6 corde, a volte forti, a volte leggere, disegnano melodie che risentono della passione personale di Elliott Smith per le melodie dei Beatles, sarà forse quella capacità sostenuta di raccontare storie che rende la sua musica speciale e coinvolgente. Alameda, ad esempio, inizia sussurrata in quel suo divenire in sottotono, per poi evadere dalla solitudine ed aprirsi alla confessione di un uomo che ne ha prese da tutte le parti, ma che paradossalmente non si abbatte, il pathos si tocca nel finale con la parte conclusiva del chorus che recita così:

(Nobody broke your heart
If you’re alone it must be you that wants to be apart)

L’intro maestosamente agrodolce di Ballad of Big Nothing si scontra quello che possiamo definire il Elliott Smith-pensiero, un lucido pessimismo dettato dalla sfiducia verso la condizione umana in generale che viene vista ed esaminata con occhi profondi e sensibili. Nonostante, come recita il ritornello, “si possa fare ciò che si vuole quando lo si vuole”, permane quel senso di perdita nello spendere una vita verso qualcosa di importante che poi viene disperso dinanzi agli eventi quotidiani, così il verso iniziale (Throwing candy out to the crowd / Dragging down the main) ci rivela una verità importante a cui tutti prima o poi durante il nostro percorso arriviamo.

Quello che “poteva essere nella vita” in una piccola dose di autocommiserazione ci accompagna durante tutto l’ascolto di Either/Or: le strade non prese, le decisioni sbagliate, le occasioni scivolate via sono metafore non troppo scontate che Elliott Smith usa per raccontare una vita che ha fatto a botte con le debolezze, le sconfitte e le dipendenze. Between the Bars appare così come una dolce lullaby intrisa di nostalgia e di purezza, ove l’ubriachezza diventa un espediente per evadere dalla realtà (tanto quella ti riprende sempre!) ed affrontare pensieri e fantasmi di un’intera esistenza, tenendosi stretti quelle poche cose che contano (Keep you apart, deep in my heart / Separate from the rest, where I like you the best and keep the things you forgot)

Either _ Or - Elliott SmithIl disco sale e scende lungo l’emotività profonda, brani come Picture of Me o Rose Parade suonano freschi negli arpeggi acuti di acustica, mentre la voce di Elliott Smith si fa ammaliante e sincera, in un colorato e spensierato (forse ubriaco!) viaggio lungo la sfilata di carri tipica di Pasadena del primo dell’anno (la Rose Parade, appunto).
Se Punch and Judy sembra una libera licenza verso le dinamiche concentriche dei Fab Four (il cantato di Smith scivola in falsetti delicati), in Angels invece si toccano le vette del disco. Un brano dedicato alla L.fuckin’.A discografica della seconda metà degli anni ’90 ed al rapporto di seduzione ed abbandono delle major verso i giovani ed emergenti artisti (I can make you satisfied in everything you do /All your secret wishes could right now be coming true / And be forever with my broken (talvolta poison in alcuni live) arms).
Eppure il senso di abbandono può essere esteso in qualsiasi altro rapporto umano, dall’amore verso qualcuno, alla fiducia verso il prossimo, alle occasioni che la vita furbescamente propone; Elliott Smith non dà soluzioni in merito, ma rimanda ad uno strano augurio (So glad to meet you, Angeles); evidenziando un rapporto con la città non dissimile a quello di Lou Reed verso Berlino.

Il tema dell’amore ritorna in Cupid’s Trick come lenitivo vitale per contrastare quel grande nulla che incombe sulle nostre teste, mentre Should’ve lied cantato con la solita sofficezza si scontra con ritmi più elettrici e corposi, nel quale la sezione ritmica si fa occasionalmente pressante puntando diritta al cuore. Say Yes chiude il disco con una ballata d’amore nel quale voce e chitarra corrono sullo stesso binario, in un brillare di splendore e dolcezza grazie ad uno dei versi che meglio comprimono tutta l’energia del brano (I’m in love with the world through the eyes of a girl / Who’s still around the morning after)
Lascio per ultimo Speed Trials, uno dei brani più conosciuti di Elliott Smith e quello che traccia sin da subito le linee guida di Either/Or. Il tono confidenziale e quel tamburo che batte grezzo lungo un giro di chitarra dai toni bassi e tenebrosi, evidenziando un cantato che scivola leggero e sostenuto mostrando il lieve lato in ombra del dolore e quella cronica difficoltà nel relazionarsi con gli altri e in parte anche con sé stessi in quel veloce viaggio che è la vita:

(There’s always something you come back running to
To follow the path of no resistance)

Riscoprite Elliott Smith. Riscoprite un artista immenso!

 

recensito da Camilla
Camilla heartofglass

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