Are We There – Sharon Van Etten

Autorevole e con una forte presa di coscienza dei propri mezzi, Sharon Van Etten veste i panni della produttrice del suo quarto lavoro, Are We There (2014), manifestando una serie maturità e del buon gusto in fatto di mixaggio ed arrangiamento.

La ragazza del New Jersey sembra non aver più bisogno degli incoraggiamenti di Kyp Malone in Because I was in Love (2009) o di Aaron Dessen nel più incisivo Tramp (2012), e cammina con le proprie gambe (o forse parafrasando un suo verso Even I’ve taken my chances), mettendo assieme il consueto song-writing intenso accompagnato da soluzioni melodiche originali ed abbastanza elaborate, con il risultato di far risaltare ancora di più una voce matura e di forte personalità.
Le atmosfere scarne di chitarra e voce degli esordi, o le liriche melanchoniche di Tramp, lasciano il posto ad un respiro a pieni polmoni verso una stabilità emotiva e personale affamata del presente, e nel quale passato e futuro sono comprimari, talvolta scomodi; Sharon Van Etten è qui, ed è pronta a fare il salto di qualità.

Are we There -Sharon Van EttenAre We There rappresenta una scelta matura da parte della giovane cantautrice, con la reale possibilità di ambire a quel gotha di artisti che lasceranno il segno in questa, altrimenti scialba, epoca. L’approccio indipendente rimane intatto, nonostante la ricchezza sonora del disco faccia pensare a virate elettriche (ed elettroniche nella sezione ritmica sempre molto curata) troppo spinte, quello che rimane dopo l’ascolto è un disco sulla routine dell’amore, sulle piccole cose quotidiane, quelle che ti fanno incazzare o sospirare, quelle che alla fine contano più di tutte. Sensibilità a piene mani raccolta con una maturità che può far rima con freddezza, ma questa è stata sempre una caratteristica di Sharon Van Etten: cantare e raccontare senza distinguere tra il personale ed il comune, ecco a voi una cantautrice!
La delicatezza di Our Love è retta da un impersonale beat di batteria elettrica, mentre Sharon Van Etten decanta gli statici momenti di una storia d’amore in costante declino (You say I am genuine / I see your backhand again / I’m a sinner, I have sinned / We’re a half mast flag in wind). Il ritornello è come seta sulla pelle, in un divenire malinconico e sommesso, eppure nel suo insieme il brano è potente e profondo.
Non dissimile è l’approccio di Your love is Killing me che si apre con un organo quasi nuziale, per farsi via via più intimo fino all’implodere di un pre-chorus da brividi:

Break my legs so I won’t walk to you
Cut my tongue so I can’t talk to you
Burn my skin so I can’t feel you
Stab my eyes so I can’t see


nel quale l’amore prende il sopravvento fino ad uccidere nel corpo e nell’anima. I ritmi si fanno sostenuti e crescono con l’evolversi del brano, una caratteristica che ritroviamo spesso lungo tutto Are we There, ma che in questo caso toccano apici portentosi e magnifici, insidiando pericolosamente altre eroine del folk-rock americano.
In Taking my Chances le armonie si fanno più intricate e barocche, portando la zattera del song-writing verso oceani più orecchiabili ma anche più raffinati musicalmente; uscito come primo singolo, il brano ricalca abbastanza fedelmente quelle che sono le intenzioni in Are we There, un album di transizione in quanto la stessa Sharon Van Etten si trova in transizione verso tutto quello che amore, amicizia e musica hanno finora rappresentato:

When you love all of you
They know all of you
Be alone and take
And you break for whose sake?
About to leave, about to leave

Le questions sull’amore proseguono sempre con un’andatura calma e riflessiva, Tarifa si libera dai mille fardelli e rappresenta forse meglio di tutte quella transizione così centrale nel disco. I ritmi da ballad lenta non accusano segni di stanchezza, anzi i cambi di tempo avvengono nel momento giusto a spezzare la tensione del cantato sempre molto affabile. I Love you but I’m Lost arricchita di un semplice pianoforte in accompagnamento è da brividi nel suo divenire poetico, nel quale un amore che porta al sacrificio (ma questo è ancora amore, viene da interrogarsi?!) è indiscusso protagonista; mentre Nothing will Change scorre liscia nelle sue armonie acquose, ostentando una sicurezza eroica, verso quella stagnazione che colpisce tutte le relazioni. Da citare la scarna You Know me Well, in quella eterna lotta tra i sessi che lascia per terra solo i vinti, cantata con una passionalità distratta, come se il tema della canzone fosse oggetto di analisi distaccata. Every Times the Sun Comes up è la perla finale di un disco appassionato e pieno di fame; l’alchimia si fa eterea quasi pomposa nei cori che sostengono la voce di Sharon Van Etten nel ritornello, mantenendo tuttavia intatta la nenia folk che raccoglie l’essenza del brano.

Are we There rappresenta una consacrazione sostanziosa nella carriera di Sharon Van Etten, che mostra con grande, ma misurata, sensibilità quello che una cantautrice attenta e talentuosa può fare. Arrangiamenti sontuosi e ricercati arricchiscono un lavoro che non dimentica le forti radici folk, ma che anzi ne aggiorna le istanze più estreme, regalando così un disco intenso, crudo e veritiero su come l’amore può vivere e, ma non sempre, proliferare.

recensito da RamonaRamone
M_Ramona Ramone

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