St. Vincent – St. Vincent

La malattia del self-titled al terzo o quarto lavoro ha colpito anche la talentuosissima Annie Clark (questo però dopo aver letto la biografia di Miles Davis), se spesso questo è sintomo di un latente smarrimento di idee, non è il caso di St.Vincent (2014), il capitolo forse più completo della discografia della giovane artista di Tulsa.
Già le stesse impressioni le avevo avute in Strange Mercy del 2011, virata elettrica dopo i meravigliosi esordi di Marry Me (2007) e Actor (2009), nel quale liriche cristalline ed una fantasia più folk coloravano armonie sempre taglienti e lineari. Poi arriva un signore di nome David Byrne che sconvolge il percorso di St. Vincent e la porta con Love this Giant (2012) a intraprendere una salita cavalcata con buona volontà ma senza quel passo da campionessa già sentito con piacere nei lavori precedenti.

Annie Clarke ed il suo alter-ego St. Vincent (da Saint Vincent’s Catholic Medical Center, tomba del poeta Dylan Thomas, “È un luogo dove la poesia viene a morire” affermava l’artista), imparano la lezione del maestro Byrne e la rielaborano secondo il proprio istinto; ecco che il quinto disco quadra il cerchio; alzando se possibile ancora di più l’asticella del cantautorato femminile. Ricchezza di sonorità e testi enigmatici sono una costante in St. Vincent, tuttavia in questo disco si realizza un equilibrio perfetto tra tutte le sue componenti malate di distopia, dai testi (molte volte di difficile analisi ed intepretazione) alle melodie digitali, passando per giri di chitarra spesso psichedelici.

St. VincentPrince Johnny è uno dei brani più emozionanti ed enigmatici del disco, che apre con la dolce e triste figura storica del principino John (chiamato da St. Vincent affettuosamente Johnny; figlio più giovane del re Giorgio V) affetto da epilessia e per questo tenuto sempre nascosto agli occhi dei sudditi; il tutto si evolve nell’archetipo del personaggio autodistruttivo che non può essere redento, da qui la sofferenza di chi lo circonda per non poterlo salvare da se stesso. La stessa Annie Clark è molto affezionata a questo brano, definendolo «in bilico tra la compassione e la disperazione che si prova per un amico che non è possibile salvare», durante l’evolversi del pezzo le emozioni e le visioni cambiano punto di vista cambia, scambiando frequente il ruolo tra salvatore e salvato, specie nel chorus si passa dal “Where you pray to all to make you a real boy / saw you pray to all to make you a real boy” ad un finale “So I pray to all to make me a real girl / So I pray to all to make me a real girl / So I pray to all, all, all, all“.
Se il livello di composizione vi sembra piuttosto elevato, questo non che l’inizio. In Rattlesnake, St.Vincent è seguita da un serpente variopinto come “se Seurat avesse dipinto il Rio Grande”, la tensione è viva e strisciante come se seguisse la sinuosità del rettile a sonagli. Rigirando le parti rispetto ad Alice ed il Bianconiglio, Annie Clark sembra voler insinuare nel testo un isolamento personale coatto verso il modo di vivere del corrente, ecco che la natura più selvaggia diventa una minaccia più che un deterrente verso cui correre, “Running running running rattle behind me
Running running running no one will find me”.

La traslazione tra realtà ed immaginario prende forme e colori inaspettati nella musica di St. Vincent, in Digital Witness, il funk maculato ereditato da Byrne, si manifesta verso un pop più radiofonico, anche se questo collide pericolosamente con le domande interessanti che l’artista pone verso il fenomeno dei social network:

What’s the point of even sleeping?
If I can’t show it if you can’t see me
What’s the point of doing anything?

Nelle ultime due canzoni affrontate, come del resto nella favolosa Birth in Reverse, è possibile notare un diverso tipo d’approccio: dall’isolamento espresso in Rattlesnake, all’eccessiva manifestazione d’ego in Digital Witness, passando per una inadeguatezza congenita di Birth in Reverse (“On the cosmic eternity party line / Was a birth in reverse in America“) … meditateci ragazzi, meditateci!

Espressioni d’amore non troppo sincero in Bring me your Loves (“Bring me your loves all your loves your loves / I wanna love them too ya know” ripetuto per trequarti della sua durata, come un mantra affogato nell’elettronica più impersonale possibile; mentre in Huey Newton (il co-fondatore del movimento delle Pantere Nere) sono le atmosfere lisergiche a prendere il sopravvento verso un viaggio allucinato, mezzo cut-up, nato da una scrittura parallela che la stessa Annie Clark si spiega come: «I wrote the words for in a very furious frenzy, it was just free association».
I Prefer your Love mostra il volto più tenero di St. Vincent, dedicando il brano alla madre in una sorta di preghiera lanciata al cielo, “I prefer your love to Jesus” rappresenta probabilmente più un motto punk che un atto di lucida sensibilità, tuttavia i ritmi più pacati scorrono come onde del mare su un bagnasciuga deserto.Sempre curiosa e ricca di riferimenti letterari, St. Vincent convince fino alla fine, Pycopath si apre ad un elettropop sofisticato, ma anche sostanzialmente canticchiabile, mentre Every Tears Disappears, risente ancora delle ultime tossine byrniane e merita un ascolto in più per comprenderlo appieno.
Chiudo con Severed Crossed Fingers, che attinge ancora dalla letteratura (stavolta tocca al romanziere Lorrie Moore) con una delicatezza sussurrata che sfiora l’anima ed affoga il cuore in un turbinio di arrangiamenti così rarefatti da sembrare che si sciolgano tra le mani. Un po’ come la costante di questo meraviglioso disco, che sa centellinare la ricchezza espressiva, un forte carattere compositivo con una ricercatezza sonora, a tratti perfino perentoria, che mi fa annunciare senza pudore che con St. Vincent probabilmente siano dinanzi al miglior disco da quindici anni a questa parte (e non sempre Radiohead permettendo!)

recensito da RamonaRamona
M_Ramona Ramone

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