Sleep Well Beast – The National

Il binomio Peter Katis / The National è sintomo sempre di grande qualità. Il proprietario dei Tarquin Studios aveva già prodotto i primi lavori della band di Cincinnati -su tutti Boxer, per molti ancora il miglior disco dei National-, quindi era lecito aspettarsi un ritorno alle tenebrose origini . L’autoproduzione in High Violet e Trouble Will Find me attestava il quintetto verso un rock indipendente edulcorato, costruito su arrangiamenti sontuosi, giri di chitarra cristallini ed un baritonale incupito nell’ugola di Matt Berninger; eppure qualche critica sibillina lamentava una mancanza di coraggio nell’affrontare nuove sfide sonore. Con Katis in cabina di regia e qualche pressione in meno sulle spalle dei fratelli Dessner, i National in Sleep Well Beast abbandonano parzialmente l’estetismo melodico del precedente, per aprirsi moderatamente a contaminazioni elettroniche e dub.
Le tematiche del disco rimangono sempre taglienti sull’esplorazione della natura umana («We’re in a different kind of thing now / All night you’re talking to God»), svelando le tante contraddizioni (metaforicamente la bestia, appunto) che vivono sottopelle rispetto allo divenire quotidiano. Una sorta di lotta interiore vissuta con la consueta ironia di Berninger ed un cantato che talvolta abbandona i toni cupi e bassi degli ultimi lavori, per lasciarsi andare ad un urlato enfatico ed in taluni casi perfino liberatorio.

The National - Sleep Well BeastIl primo singolo The System Only Dreams in Total Darkness, incarna meravigliosamente le corde di Sleep Well Beast, nel quale un’affilata tensione vocale si tuffa in un groove magnetico e tenebroso, ove emergono come distorti fiati di tromba quasi decadenti. Anche Guity Party mantiene un’atmosfera simile, abbandonandosi con più veemenza in una sorda base elettro-rock cupa e nebbiosa che inizialmente ricorda spudoratamente Idioteque, virando poi verso i canoni cantautorali della band; ma è in Day I Die che i National trovano uno stupefacente equilibrio tra passato e presente: melodia incalzante ed arrangiamenti meno raffinati, a favore di un’immediatezza mai così profonda.
Il disco apre le danze in un crescendo sordo, come lenti passi di pianoforte in Nobody Else will be there, continuando così tematicamente quanto lasciato da Trouble Will Find me, ma con tinte più minimali ed ombrose; lo “strappo” nelle sonorità dei National è già apprezzabile in Walk it Back, nel quale echi digitali soffusi accompagnano il parlato impastato di Berninger. Una micro-rivoluzione cavalcata con acume ed a piccoli sorsi, proseguendo per le malinconie struggenti di Born to Beg ed Empire Line, apice empatico di un disco che analizza la sofferenza con grande dignità e senza troppa autocommiserazione. L’enfatizzare la fragilità delle relazioni umane assume il ruolo di anestetico per superare quelle idiosincrasie emotive che spesso compaiono nel cammino di ciascuno; un’estrema profondità e delicatezza che i versi di Matt Berninger rendono ancora più reali.
Tuttavia i National fanno i National, ossia non si risparmiano qualche non troppo sottile frecciata («The poor, they leave their cellphones in the bathrooms of the rich») nelle irsute trame rockeggianti di Turtleneck, con taglienti riferimenti alla presidenza Trump (loro grandi estimatori di Barack Obama); mentre in I’ll Still Destroy you un martellante flusso di beat digitali accompagna il soffio il cantato molecolare di Berninger, senza rinunciare nel chorus ad un pizzico di bella melodia. Carin at the Liquor Store e Dark Side of the Gym sono brani nostalgici ed estremamente eleganti nella forma (specie quest’ultima con una soffice suite di archi a concludere), mentre la title-track finale si estrania decisamente dal resto dei brani, calando una nebbia sottile eppure così densa sopra le nostre teste. La bestia dorme bene, ma la bestia è quel futuro che rimandiamo giorno dopo giorno, e forse non è proprio vero che la bestia riposa, ma siamo noi che procrastiniamo per paura di guardare avanti: «La bestia aspetta che la gioventù si svegli!»

Concludendo, propongo un pericoloso (ma forse non così tanto) parallelo, poiché se Trouble Will Find me per eleganza e struttura rappresenta una perfezione stilistica assimilabile all’archetipo del beatlesiano Revolver, Sleep Well Beast esalta il coraggio dei National nell’aggiornarsi, rimanere al passo con i tempi ed osare, tra ululati eletto-beat ed il solito ed affidabile indie-rock di stanza a Cincinnati: insomma, quello che ci si doveva aspettare da una band con più di quindici anni di carriera.

recensito da Poisonheart

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