La storia del vinile: la crisi e la rinascita vintage

VinylmaniaDal docu-film Vinylmania – Quando la Vita corre a 33 giri di Paolo Campana, emerge molto chiaramente la folle passione per il vinile, il collezionismo -talvolta compulsivo-, l’immagine della puntina che cavalca i solchi: tutti pensieri legati -come spesso accade- ai ricordi d’infanzia o dell’adolescenza. Poiché è innegabile, che chi nutre una passione smisurata per il vinile, probabilmente è stato “iniziato” da padri o fratelli maggiori, attingendo in prima battuta alla loro collezione originale degli anni settanta ed ottanta. Provando a svelare una parte di questo fascino senza tempo, la prima domanda che sovviene è: ma come viene prodotto un disco in vinile? Innanzitutto si parte da un master principale, proveniente direttamente dalla registrazione in studio su supporto magnetico, creando una matrice “madre” che fungerà da stampo per le successive copie. La qualità di questa prima copia metallica deve essere perfetta all’ascolto e verificata a microscopio, tale finitura si ottiene attraverso una serie di bagni galvanici che -senza entrare nei dettagli tecnici- andranno “rifinire” i solchi del disco, solo successivamente una pressa a caldo stamperà il press-test definitivo in pvc, dando il via alla produzione in serie.
Eppure per il vero appassionato, la superficie del disco, la cura e la pulizia dei solchi rimane una vera ossessione. L’induzione elettromagnetica generata dal contatto con la puntina produce un segnale di qualche millivolt, che successivamente viene amplificato ed inviato ai diffusori passivi; tale induzione è una delle principali responsabili dell’attrazione della polvere sulla superficie lucida del vinile. Esistono diverse scuole di pensiero su una pulizia più o meno approfondita: chi si limita ad un semplice panno antistatico o ad una spazzola con setole morbide (validi tutt’al più per una “passatina” prima di mettere il disco sul piatto), chi si affida ai kit di pulizia in commercio (facendo molta attenzione a maneggiare e non graffiare il vinile), passando per le costosissime clean-machine o per ricette artigianali a base dosaggi precisi di acqua distillata e sapone neutro.
Oltre alla polvere, ci sono fenomeni secondari a minacciare la buona salute del vinile da non da sottovalutare: l’ingiallimento delle copertine con il passare del tempo, l’usura della puntina (ed in generale del giradischi), oltre il buonsenso di conservare la propria collezione in un luogo a riparo dal calore e dall’umidità.

Vinile Pulizia

Queste sono tutte accortezze -alcune dettate dall’esperienza-, che dalla seconda metà degli anni ottanta sono andate via via perdendosi a causa dell’entrata in commercio del compact disc. Il meraviglioso solco fisico del vinile scompare, si fa invisibile, per essere scritto al laser su di un supporto in plastica dal diametro di 12 cm: comodo per essere trasportato in massa, relativamente resistente e senza le cure che si devono al 33 giri.
Era il 1982 quando venne stampato il primo cd (prodotto dalla Philips), ed ironia della sorte -come accadde più di mezzo secolo prima con il primo 33 giri- a beneficiarne fu ancora la musica classica con La Sinfonia delle Alpi di Richard Strauss diretta dal maestro Von Karajan. Negli anni successivi il formato si diffuse rapidamente, relegando il vinile a puro feticcio vintage, addirittura nei primi anni novanta, molte case discografiche scelsero di non stampare più dischi. Senza entrare in merito nell’infinita disquisizione sulla qualità riprodotta dal compact disc rispetto al vinile, è quantomeno curioso come gran parte della campagna pubblicitaria del cd vertesse proprio su questa presunta superiorità, screditando -e facendo non poco incazzare il dj Eddie Piller che la definisce come “la più grande truffa del mercato musicale“.

Tuttavia il trionfo del cd fu solo una breve parentesi ad una rivoluzione digitale, che già sul finire degli anni novanta vedeva la nascita dei file musicali (da cui deriva l’odierno mp3), fino al diffondersi dei primi casi su larga scala di pirateria musicale (Napster chiuse i battenti nel luglio 2001, ma il peer to peer resiste!), all’ascolto in streaming sulle diverse piattaforme a pagamento. Se il disco in vinile e la musicasetta si erano divise il mercato discografico degli anni Settanta, quest’ultima perì inesorabilmente con l’esplosione del compact disc; mentre il disco in vinile -probabilmente in virtù del suo fascino intrinseco- resuscitò lentamente dalla nicchia di appassionati in cui si era rinchiuso, in una sorta di revival vintage che ha avuto l’effetto principale di far lievitare i prezzi dei dischi, a volte in maniera ingiustificata. Nei primi 2000, l’ondata di ristampe non ufficiali (a volte di infima qualità) investì un mercato che ancora viveva dei cimeli degli anni sessanta lasciati a prendere polvere nelle soffitte, cosicché con poche decine di euro si potevano acquistare i capolavori remastered su vinile colorato, senza che questi avessero alcun valore storico. A scoppio ritardato con qualche anno di ritardo, le case discografiche hanno aperto i loro archivi, e re-immesso nel mercato ristampe di buona qualità (il famoso disco 180 gr) con contenuti speciali, outtake b-side, o estratti di live passati, spesso in concomitanza di anniversari particolari, con la scusa di raddoppiare il prezzo di vendita, che oggi si attesta intorno ad un minimo di 25-30 euro.
Eppure questa nostalgia dell’analogico nel cuore dell’era digitale sembra essere piuttosto remunerativa, se si pensa che nel 2016 negli USA si sono venduti 13 milioni di dischi ed in Gran Bretagna poco più di 3 milioni; di contro in Europa le uniche fabbriche produttrici di vinili sono la Gz Media a Praga e la Record Industry ad Haarlem, con una capacità produttiva di circa 100.000 dischi al giorno, che tuttavia non soddisfa per intero una domanda che non ha precedenti nella recente storia del vinile.

Se sembra non esserci ulteriore evoluzione nella tecnologia del vinile, si pensi soltanto che la giapponese ELP Audio ha ideato un lettore laser in grado di leggere il solco del vinile, senza sfiorare la superficie del vinile: una sorta di lettore da compact disc per i dischi piuttosto costoso e sicuramente privo del fascio di appoggiare il braccio del giradischi e sentire il primo fruscio della puntina. La vinyl-mania non si può spiegare a parole, si vive tra centinaia di dischi ascoltati e toccati con mano, tra maniacali cure e sacrifici (specie per quei pochi dj che ancora maneggiano vinili e che si portano dietro almeno un trolley di dischi), per cercare di carpire l’essenza magica del solco ed il piacere di lasciarsi abbandonare da esso.

Vinylmania – Quando la vita corre a 33 giri

La Firma: Poisonheart

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