La storia del vinile: dal grammofono al 33 giri degli anni Sessanta

E’ al tedesco Emile Berliner -trasferitosi negli Stati Uniti nel 1870- a cui dobbiamo la nascita nel maggio 1888 del disco e del supporto su cui ascoltarlo, ossia il grammofono. Eppure fu il solito ed antipatico Thomas Edison a brevettare la tecnologia che sta alla base della riproduzione del suono (“rubandola” al francese Charles Cros): circa da qui, nacque il famigerato -e per taluni affascinante- solco su cui è impresso il suono.
Il primitivo fonografo di Edison era costituito da un cilindro in ottone di circa 10 cm di lunghezza ricoperto da una sorta di stagnola sulla cui superficie erano impressi dei solchi. Il suono veniva riprodotto dalla lettura dei solchi da parte di puntina metallica, che oscillando trasmetteva la vibrazione ad un membrana elastica; tale vibrazione opportunamente amplificata permetteva di udire il suono. La prima applicazione pratica del fonografo fu in campo tecnico per registrare la voce e successivamente riprodurla, il cilindro in questo caso veniva mosso manualmente mediate una manovella (quindi il numero di giri al minuto era variabile), mentre la puntina scorreva dall’alto verso il basso. Tuttavia la scarsa praticità del cilindro e la difficoltà di crearne delle copie, ne sancì anche la prematura fine agli inizi del Novecento, quando appunto Berliner (anche grazie alla Victor Talking Machine Company co-fondata assieme a Eldridge R. Johnson, dal 1929 RCA Victor) rivoluzionò definitivamente il supporto fisico: un disco di zinco dal diametro di circa 30 cm ricoperto da uno strato di cera (che sostituiva quindi la stagnola del vecchio fonografo).

Vinile His Master's Voice

La prima musica incisa su questo tipo di dischi era perlopiù popolare ed orchestrale (per superare anche le difficoltà tecniche derivanti dalla registrazione) e permise una discreta diffusione del grammofono dapprima nei locali pubblici e poi nelle case delle famiglie borghesi. Nacquero all’incirca nel 1895 i primi 78 giri in gommalacca, pochi minuti di musica su un unico lato (raddoppiati dalla Columbia nel 1908 ed inizialmente denominati Columbia Double Disc Record), trovando nel ritmo del jazz suonato dai primi juke-box elettronici durante il proibizionismo americano o delle folli notti parigine a Montparnasse, la musica che decretò la fortuna e la diffusione di questo formato.
Perfezionamenti successivi permisero di eliminare dal grammofono sia il corno di amplificazione (nascosto sotto il piatto rotante del grammofono), sia la scomodissima ed imprecisa manovella, sostituita da un motore elettrico che manteneva costante la velocità di rotazione del piatto, diventando così semplicemente giradischi. Eppure la novità più sostanziale riguardò il materiale di rivestimento del disco (dopo i tentativi con cera e gommalacca): nel 1931 nacque ufficialmente il disco in vinile.

Complice la Grande Depressione e la Seconda Guerra Mondiale, solo nel 1948 il vinile prese piede in maniera considerevole in concomitanza con la ripresa economica americana, pensionando così il 78 giri in gommalacca, sostituendolo da un formato che poteva garantire più minuti di musica: il 33 giri. Grazie alla facilità di lavorazione del cloruro di polivinile (pvc) venne ridotto lo spazio dei solchi ed abbassato il numero di giri, il vinile a 33 giri (detto anche 12 pollici) poteva riprodurre circa 30 minuti per lato, motivo per cui fu anche denominato lp (“long playing”). La musica classica fu la prima a beneficiare del nuovo formato, potendo contenere per intero (e non in una lunga serie di 78 giri) un concerto completo: l’onore del primo toccò al Concerto per Violino in MI minore di Felix Mendelssohn. Se la Columbia aveva rivoluzionato il neonato mercato discografico, la rediviva RCA Victor non rimase a guardare, e più o meno in concomitanza con l’entrata del 33 giri, venne introdotto un ulteriore nuovo formato, il 45 giri (o 7 pollici). Il diametro di questo disco (circa 18 cm) era inferiore rispetto al 33 giri, quindi poteva contenere solamente un brano per lato come il 78 giri, tuttavia le dimensioni contenute lo rendevano ideale per poter riprodurre i singoli, quelli che passavano con maggiore frequenza in radio e che monopolizzavano le attenzioni degli adolescenti degli anni Cinquanta. Con la presa di coscienza nella seconda metà degli anni sessanta, dell’album inteso non più come raccolta di canzoni, ma come vera a propria opera in sé, il 33 giri duellò alla pari sul piano delle vendite con il 45 giri, superandolo definitivamente nei primi anni Settanta.

Conclusasi la battaglia sul formato, le case costruttrici iniziarono a sperimentare “l’effetto stereo” del solco. Se dapprima l’onda riprodotta nel solco del vinile era mono (quindi per un solo ed unico diffusore), a cavallo tra le due guerre la EMI con a capo l’ingegner Alan Dower Blumlein, pensò di incidere sul medesimo solco due diverse onde, sfruttando oltre al movimento orizzontale, anche quello verticale della puntina. La riproduzione a due canali, permetteva un maggior dinamismo nel suono, regalando all’ascoltatore un caldo effetto stereo su due diffusori. I primi giradischi con questa nuova tecnologia entrarono in commercio solo nella seconda metà degli anni Cinquanta, rapidamente le case discografiche si allinearono a tale evoluzione, registrando unicamente vinili stereo a partire dal 1968. E proprio con l’esplodere della Summer of Love e di una controcultura musicale che cambiò Vinile RCA Victor Stereoradicalmente non solo il mercato discografico, ma un’intera generazione giovanile, il vinile divenne il simbolo di una libertà artistica senza precedenti. Gli stessi artisti potevano sperimentare sull’arte grafica, ideando copertine tutt’oggi iconiche: dal rivoluzionario Sgt Pepper (senza il solco che separava una traccia dalla successiva) a l’urlo di Barry Godber sulla cover di In the Court of the Crimson King , passando per le colorate copertine di Disraeli Gears o i provocatori nudi di Electric Ladyland. D’altro canto la copertina è il biglietto da visita del disco, che il cliente acquista senza conoscerne con precisione il contenuto musicale: per questo era fondamentale colpire il futuro acquirente con qualcosa di fuori dal normale. L’inserire dei testi o di qualche composizione poetica, oltre che tutti i nomi dei musicisti e tecnici, rappresentava una piccola fonte enciclopedica per l’ascoltatore più curioso ed assetato di conoscenza.

Il fruscio iniziale della puntina sul primo solco, i lievi crepitii durante la riproduzione, la lotta contro la polvere ed il calore, l’odore stantio della carta ingiallita che protegge il disco: tutto questo -oltre la musica- fanno parte del fascino senza tempo del vinile, che non conoscerà crisi fino all’avvento del suo maledetto fratellastro, il freddo ed austero cd.

 

La Firma: Poisonheart

 

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