Fears, Hopes and Maps – Edwin Aldin & Charlotte Bridge

Stefania Salvato ha fatto parte di un duo molto particolare ed inaspettato rispetto al solito panorama italiano, i Talk to me (cercateli, cercateli!). Sono passati alcuni anni e lei si è trasferita e lavora in Lussemburgo, e dall’incontro con Edwin Aldin nasce un altro progetto musicale molto interessante: tutto questo è documentato in Fear, Hopes and Maps (prodotto dalla Bonus Noise).

L’inizio della metamorfosi: Charlotte Bridge potrebbe essere dunque l’alter ego lussemburghese di Stefania Salvato, con qualche declinazione dream pop (già tra l’altro presente nei Talk to Me) su di una tela musicale che apprende la lezione e la passione pop di Edwin Aldin, confezionando così un lp fatto di movenze elettroniche, di sospiri synth, battiti acrilici di drum machine e di una voce soave ed empatica che levita verso l’etere.
Se nel mercato europeo le influenze post-rock sono molto accentuate, questo non implica necessariamente che il progetto Charlotte Bridge & Edwin Aldin si sia accodato al pifferaio magico. Fears, Hopes and Magic mantiene una dimensione molto personale, lavorando per sottrazione verso quel pop tanto amato da Aldin, e marcando con glaciale polso il minimalismo ed l’essenzialità musicale che rende originale la scaletta di questo disco.
L’attitudine più indipendente di Stefania Salvato si scontra con la produzione orecchiabile di Edwin Aldin, capace di cogliere la grazia della sua voce e di rielaborarla verso orizzonti più elettro-pop ma senza snaturarne le radici indipendenti. A tratti il disco può apparire un gustoso aperitivo lounge, merito di una produzione curata, con alcuni momenti addirittura ballabili, ma ciò non deve far storcere il naso ai puristi dell’indie: la ricerca musicale è libera da vincoli, così come gli arrangiamenti puliti non assorbono le cattive abitudini di un mercato musicale dal beat facile.

Edwin Aldin & Charlotte Bridge - Fears, Hopes and Maps (stefania salvato)Proseguimento della metamorfosi: Shelter, col quale si apre il disco, mostra le caratteristiche peculiari di questo progetto: un groove chimico di elettronica spuntata, legato con quel cantato passionale ed emotivo di Stefania Salvato, per farla breve, me la sbrigo con la definizione “sad-pop ma non troppo”. Contrapponendo gli opposti, il gelido dell’eletro-pop impersonale con l’umanità soffiata dell’interpretazione vocale, si ottiene la quadratura di Fears, Hopes and Maps. Può apparire un disco di transizione, ma se l’ascolto riesce a penetrare oltre il cobalto acceso dei primi suoni, allora si scoprirà una cura al dettaglio molto sostenuta, vedasi la crepuscolare Maps o la mistica Hope: passaggi fondamentali per comprendere questo disco. In questo percorso ci si può imbattere in tratti di euro-dance su Eastern Shore, o in ritmi più intimi come nella fascinosa Dunes, mentre a spezzare il tempo ci pensa l’evocativa Questions che porta in dote un non so che di seventies, che non guasta mai. Echi e delay fanno capolino in Mirrors, segnando una tensione che si muove sulle onde della musica: è uno dei brani migliori del disco a mio personale parere. L’equilibrio d’insieme è sempre mantenuto, tenendo salde le redini di una produzione certosina e senza mai calcare la mano con effetti che vanificherebbero le cavalcate melodiche di Stefania Salvato.

L’epilogo della metamorfosi: Quel che resta di Fears, Hopes and Maps sono vibrazioni di sobrietà avvolte in una nebbia elettrica evocativa, nel quale il pathos è raggiunto ascolto dopo ascolto, senza strappi improvvisi o virate armoniche troppo irruente. Piano-veloce-piano-veloce qui non esiste, permane sempre la medesima buona tensione che rende molto piacevoli gli sforzi di Edwin Aldin & Charlotte Bridge verso un disco che può suonare molto perfetto, ma che dentro ogni brano nasconde una piccola emozione.

 

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recensito da Bambolaclara
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