Brothers – The Black Keys

Etichetta: Nonesuch Records
Prodotto da: Mark Neil, Danger Mouse, The Black Keys

 

Presente. Navigo oltre i confini interspaziali bagnando di miele le stelle.  Sono rugiada e zucchero a velo.
Mi chiamo Camilla e racconto della musica che riposa del fondo della mia anima … e la condivido con voi …

 

Di loro ne parlano tutti, dagli States ai club londinesi.
Sì, i Black Keys sono una band cool, con un sound figo ed un aspetto da nerd.
Eppure sono osannati da gran parte delle top band del pianeta, colpa di una moda che sminuisce il lato artistico, ecco perchè non comprendo appieno questa  consuetudine  che non da merito al duo geniale formato da Dan Auerbach (voce, strumenti a corda e tastiere) e Patrick Carney (generalmente percussioni).
Il 2009 è un anno particolare per la band, che dopo aver sfornato buoni lavori come il pirotecnico Attack & Release, trova nei conflitti personali un modo per dedicarsi a progetti solisti, e paraddossalmente ne fa la loro fortuna. L’allontamento coatto assume  contorni propedeutici, chiarendo meglio ai due quali siano le rispettive priorità; ed ecco che dopo qualche tempo Auerbach e Carney ritornano con Brothers, un omaggio alla “loro” fratellanza ritrovata. 
Si tratta probabilmente della loro definitiva consacrazione, miscelando gli ingredienti giusti con tempismo e fortuna: un sound vulcanico, sinuoso, ammaliante nelle sue rime più espressive; un lavoro che trova la propria dimensione in un soul rarefatto e chimico, campionato da echi digitali florescenti, eppure variegato da schizzi wave e da bordate rock-style.

Fantasia ed ottime intuizioni centelinate con le sperimentazioni più armoniche possibili, per un risultato che rapprensenta al meglio la tendenza musicali dei giorni nostri, alla stregua di quel che fecero i sample di Moby (ve lo ricordate?) alla fine del secolo scorso.  Ne risulta una contaminazione pulita di influenze che amalgano i beat da club-house glamour, con un cantato claustrofobico ma molleggiato da white-rapper, ripulendo ogni soggezione con chitarre ruggenti e synth dallo stile albionico. Ecco perchè Next Girl, ad esempio, suona estremamente universale, orecchiabile e piacente.
Deliziosa è la serenata dei nostri giorni, Tighted Up, che con innocente sincerità riscopre l’amore spassionato per le cose semplici: «Someone said true love was dead, and I’m bound to fall, bound to fall for you», coadiuvato anche da un videoclip simpatico che le emittenti specializzate non lesinano di trasmettere con continuità. Sulla stessa linea d’onda, con uno slang metropolitano balbettato a rima e senza troppa mielina, è  Howlin’ for you che si piazza dritto tra i brani migliori del disco; eppure lo spessore del progetto lo si coglie altrove, per esempio da The Only Ones, mimetico esperimento alla Eno. 
Una poliedricità confermata a più riprese lungo le 15 tracce del disco; dalle sfumature dub-funk di Everlasting Light, fino ad un pop ubriaco che finisce in una jam messianica come nel caso di Unknow Brother, senza abbandonare le orme di un soul ventilato dalle nubi elettroniche di The Go Getter.
Un disco ambivalente e per tutti i gusti, dall’ascolto solitario alla bolgia festaiola … a voi la scelta!

 

recensito da Camilla

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