New York Dolls – New York Dolls

Etichetta: Mercury Records
Prodotto da: Todd Rundgren
Registrato a: The Record Plant, New York

 

Terminata la sbornia hippy, New York si sveglia intontita e confusa, come dopo una sbronza anfetaminica. È tempo di cambiare. Di cambiare abitudini e di cambiare musica. Il processo non fu istantaneo: chiusa la saracinesca della flower-generation non si aprì d’incanto il tumulto glam. Esistevano già i glitter ed esistevano già le drag-queens, in una sorta di refuso che la pop-art e le varie factory si portavano appresso da qualche anno: nulla capitò per caso! E se David Bowie si prese da New York (e successivamente dal glam) solo quello che li serviva, fu un’altra band a monopolizzare l’attenzione di tutti nel primo biennio degli anni settanta.

«All’inizio buona parte del pubblico dei New York Dolls erano gay, ma naturalmente noi eravamo tutti etero. Eravamo fissati con le ragazze». Così Jerry Nolan, sostituto dello sfortunato Bill Murcia, parla dei New York Dolls, un primo esempio non solo di glam, ma di travestimento nel mondo della musica.
A dispetto di tutta la critica-immondizia piovuta sulla band, dall’abuso smisurato di droghe alla scarsa tecnica musicale, i Dolls mantenevano e hanno quasi sempre mantenuto un atteggiamento rock ‘n’ roll alla maniera degli Stones, ad eccezione che la band di David Johansen e Co. si divertiva a vestire abiti femminili. Ne da un esatta definizione Cyrinda Foxe: «…presero in prestito la trasgressività del ridicolous theater e la portarono di peso nel rock ‘n’ roll, quando diedero vita ai New York Dolls».

Il resto è storia. Il Max’s Kansas City diventa il palcoscenico principe per la band, e all’omonimo New York Dolls  si riconosce l’encomio glam newyorkese per eccellenza. La band dal canto sua si dimostra, a dispetto del look glitter “da bambola”, decisamente maschilista e con fama di sciupa femmine: «I Dolls si prendevano le ragazze di tutti gli altri musicisti, di tutte le altre band. Tutte! Se i Dolls erano in città, la città era nostra. Voglio dire, nostra!». Le parole di Nolan forse peccano di modestia, ma che non dicono bugie: se l’esagerazione era sinonimo di glam i Dolls superarono ogni limite, esemplificando meglio di qualunque altra band il motto “sex-drugs-rock’n’roll”.

Una band che non sa suonare, che eccede in ogni situazione, che ha in Johnny Thunders un genio maledetto dedito a sprecare il proprio talento: insomma i Dolls non dovrebbero aver mai lasciato traccia, ed nonostante un oscurantismo medioevale postumo perpetrato nei loro confronti, sono tra le band ispiratrici di quel modo di fare che sarà prerogativa un lustro dopo del punk.
Personality Crisis è l’inno di un disco frizzante e petulante; inconfondibile intro di matrice blues, senza fronzoli, senza giri di chitarra da vertigine, nel quale sia Thunders sia Syl Sylvain mescolano i propri strumenti; con un messaggio contraddittorio celato: una crisi di personalità enfatizzata dal travestimento, ma di fatto una crisi fittizia, o forse meglio dire inconscia.
Jet Boy è l’altra grande hit del disco, con gli stessi punti di forza della precedente, un ritmo martellante e ammiccante, un rock ‘n’ roll ballabilissimo, scatenato, addirittura radioso, svuotato di significati politici o sociali: la musica riprende la sua essenza libera da quegli schemi che con essa non c’azzeccano nulla.

Da questo punto di vista, Vietnamese baby, può essere interpretata come una provocazione su certe querelle politiche che solo qualche anno prima intasavano le sale da concerto; oppure Frankenstein, implicito omaggio ad Arthur Kane che effettivamente aveva le sembianze del mostro ideato da Mary Shelley, ma che nonostante ciò se la cavava bene a letto.
Degna di nota l’ipnotica Trash, sorretta da un ritmo poco rock ma molto succoso e facile all’ascolto; discorso a parte per l’ottima Looking for a kiss una delle migliori in assoluto della band, mentre peccaminoso è il rock ‘n’blues di Pills, omaggio all’immenso Bo Diddley.
In Private World si nasconde guardingo uno stile disimpegnato che sarà poi ripreso dal punk newyorkese, che di fatto non si scorderà mai dei Dolls, nonostante siano in pochi in quegl’anni a nominarli.

Tutto sommato un disco rock ‘n’ roll che focalizza bene l’attenzione sul glam metropolitano, per una band che ha raccolto molto meno rispetto a quello che meritava. Una band che ha fatto delle occasioni perse una costante, dalla morte improvvisa di Bill Murcia durante il tour inglese nel novembre 1972, alla droga che ha minato i rapporti (e non solo) tra il fronte Thunders-Nolan e il resto della band, fino allo spettacolo francamente indecoroso all’Hippodrome di N.Y., ove Malcom McLaren (già proprio lui!) fa indossare sul palco ai Dolls delle tutine rosse aderenti, mentre capeggia sullo sfondo della sala una bandiera comunista.

Una serie di errori che non pregiudica la qualità di un lavoro, che non sarà un prodigio di tecnica, ma che tutto sommato è un bel disco rock ‘n’ roll … eh no, in questo caso non c’è nessun trucco o make-up che possa confondere !!!

 

recensito da Poisonheart

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