Tales of Terror – Tales of Terror

Rozzi e sgraziati: i Tales of Terror sono stati tanto fugaci quanto influenti per la successiva generazione che dal punk hardcore rallentava i ritmi per diventare grunge (pur senza volerlo). Un solo omonimo disco, nel 1984 (l’anno orwelliano), ed una carriera brevissima (a causa della morte del chitarrista Lyon Wong) che non ha mai trovato apici di successo oltre Sacramento, in cui sono stati tra i gruppi più influenti tanto da far passare per la capitale gente come i Dead Kennedys.
Formatisi nel 1982 dal cantante Pat Stratford (il biondiccio in questa azzeccata cover-art) e dal bassista Geoff Magner, hanno saputo miscelare il meglio dell’aggressività hardcore in fatto di rumore e velocità con quel pizzico di follia ed esoterismo rock ‘n’ roll. Non a caso, il brano che apre Tales of Terror, è la cover di Hound Dog, resa celebre da “Big Mama” Thorton negli anni ’50, con quella cadenza molleggiata tipica del rock ‘n’ roll, ma in un certo senso in debito verso la musica di New York Dolls e successive mutazioni.
Tales of Terror (1984)Feedback vischiosi, giri di chitarra rapidi ed istintivi (accanto alla chitarra di Wong anche Steve Hunt), mentre le percussioni mantengono i battiti consoni della miglior tradizione hardcore californiana. Nei Tales of Terror sono le chitarre a piacere di più, e quel vizietto dell’assolo sfrontato, che piaceranno così tanto ai Green River e Mark Arm tanto da coverizzare Ozzy su Dry as Bone (1987). La versione di Pat Stratford rimane molto più intestina e contorta, un punk grezzo e disperato, molto affine alla carica animalesca dei Germs di Darby Crash. L’evoluzione del disco si compone di brani fugaci, 2 minuti e spiccioli in cui il rumore delle chitarre sovrastano una sezione ritmica che si difende solo a colpi di rullate, mentre la voce di Statford ulula versi in cui l’alienazione punk fiorisce senza pudore. Nella nevrotica Chambers of Horror (uno dei brani migliori del disco, anche secondo Kurt Cobain, altro grande estimatore dei Tales of Terror) si apre con l’inequivocabile: «My life is in a box / Four walls / Ceiling and floor / What time of day is it».
Piccolo classico That Girl, hardcore fino all’osso, passando per la scassata Possession ed un intro che è tutto un rullare di batteria, mentre le chitarre macinano rumore in secondo piano, esplodendo sono in un chorus azzeccato e inclina al canto in coro: «I listen to forbidden sounds / Which come from deep beneath the ground / I Listen to forbidden songs / Which show me nothing / Sing along».
Romance che apre il lato B sembra essere un omaggio verso il punk inglese, un mid-tempo non dissimile alle dinamiche dei Sex Pistols, senza ovviamente quel refuso fasullo che dopo un poco sale inesorabilmente a galla; interessante anche la title-track e quell’apertura così tenebrosa, che farebbe immaginare ad una diminuzione delle velocità, a favore di una maggiore ruvidezza armonica. Da segnalare per abrasione anche le indiavolate 13 (bella la combo di chitarre, ripreso poi nei Mudhoney) e la funambolica ed irriverente Evil.
I ritmi di dilatano verso la conclusione del disco, toccando i 3 minuti ed oltre delle già citate Ozzy e Chambers of Terror, ove il passaggio dal hardcore a “qualcos’altro” è tangibile e senza troppi fronzoli: verrà racconto dalle band di Seattle e dintorni, per farne poesia rumorosa!
Cito Skate of Brate (uscito come singolo per l’etichetta CD Present, e non contenuto in questo disco) per la costruzione del brano e per dei contenuti non proprio così scontati: una mezza dichiarazione d’intenti che schernisce gli hippie e i seventies tutti, ma da cui trae una sorta di ideale ammirazione su alcune palesi affinità: «Not how to go to the next Vietnam / Promote fun, not violence».

Disco praticamente quasi introvabile; i Tales of Terror, influenti come poche altre band hardcore, hanno saputo creare il mix perfetto di rumore, carica evocativa ed alienazione che è sembrato perfetto per i giovanissimi Mark Arm e Kurt Cobain, che ne hanno saputo trarre grande ispirazione, ed almeno all’inizio un pizzico di emulazione. Vi prego, ascoltateli da qualche parte …

recensito da Poisonheart
Poisonheart hearofglass

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