Everything Now – Arcade Fire

Se una creatura aliena scendesse sul pianeta Terra e chiedesse di ascoltare la migliore band di musica indipendente degli ultimi quindici anni, sicuramente incapperebbe sugli Arcade Fire, e probabilmente il suo commento dopo aver sentito Everything Now sarebbe più o meno: “Ma gli ABBA li abbiamo anche sul pianeta da cui provengo!“.
Ora scherzosa provocazione a parte, Everything Now non ha alcun elemento da spartire con la disco-pop degli ABBA degli anni ’70, se non forse l’endemico uso dei cori ed una sorta di simpatia per il glam-pop che comunque era già presente (senza tuttavia risalire a galla) nei primi lavori. Il punto principale non è se Everything Now sia un buon disco o meno, perché qualsiasi considerazione ruota attorno alla firma nella primavera scorsa sul contratto con la major Columbia Records, sigillando di fatto una nuova era mainstream per gli Arcade Fire da sempre fedeli all’etica independent ed alla Merge Records. Così nell’immaginario comune (e talvolta senza ascoltare il disco) la band canadese si vende allo showbiz confezionando un album ruffiano ed ammorbidito verso un sound appetibile ad una fetta maggiore di pubblico. Pitchfork ne ha parlato malissimo, sentendosi (come molti altri seguaci degli Arcade Fire) giustamente traditi dalla band nel fatidico passaggio ad una major; così ogni giudizio qualitativo deve comunque tener conto di questa incontrovertibile scelta!
Everything Now - Arcade FireCon l’addio degli Arcade Fire alla Merge certamente la musica indipendente non è morta ed il fatto di per sé è puramente simbolico, poiché oramai anche le stesse etichetti indipendenti (quelle nate nella seconda metà degli anni ottanta) hanno budget e capacità di distribuzione assimilabili a quelle di una grande compagnia; tuttavia è comprensibile storcere il naso al primo ascolto sin dall’omonimo singolo Everything Now. E’ innegabile che -almeno in parte- vengano seguite le orme di Reflektor -definitivo taglio del cordone ombelicale con lo sghembo e nostalgico indie rock- in favore di soluzioni più articolare, senza disdegnare tracce di euro-pop; tuttavia se il disco con la statua di Orfeo aveva ricevuto più di qualche plauso, in Everything Now questa è stata a tratti impietosa.
Ma è davvero tutto da buttare? Ovviamente no, anche se nessuno griderà allo scandalo se ammettiamo che Win Butler e soci hanno avuto stagioni di migliore ispirazione. Ambizioso e variopinto, il disco riempie ogni spazio compositivo attraverso strati e strati di suono ruvido ma gommoso, a cui sembra sia stata applicata più di una mano di splendente vernice: il risultato è un lavoro tenebroso e vivace, iper-dinamico ma e commercialmente vendibile. Un altro modo per riaffermare la scelta di passare alla Columbia.
Il tono tagliente dei testi viene smussato da un elettro-pop da ballroom (Sign of Life o Creature Comfort giocano pericolosamente con trame orecchiabili), l’abuso dei cori rischia a tratti di suonare come una parodia scherzosa degli stessi Arcade Fire, ma la mano ferma di una produzione -che vede oltre al solito Marcus Dravs anche “pezzi” di Pulp, Daft Punk e Portishead- che si veste a festa per rendere Everything Now vicino a certi lavori in salsa funky del David Bowie uscito dal glam-rock con lo scalpo di Ziggy Stardust. Personalmente, negli intenti perlomeno, mi ricorda quella leggerezza vacua di Young Americans (1975) e di alcune parti di Station to Station (1976), specie nell’ostinazione di suonare patinato (vedi ad esempio Good God Damn), mantenendo credibilità ed ispirazione: l’esperimento riesce, ma per un pelo!
Non mi ha convinto la deriva iniziale pseudo-reggae di Peter Pan e Chemistry, con la prima che risulta addirittura fastidiosa e banale all’ascolto, mentre il disco si risolleva nella seconda parte da Infinite Content (nelle sue dicotomiche due parti) in poi. E’ proprio da qui che inizia un lavoro più sottile nelle tematiche, con Put your money on me che cela molto più di quello che dice: l’abuso della tecnologia, i sentimenti e l’amore, il rapporto con se stessi e la fama ruotano tutti insieme (e non sempre nella stessa direzione) creando tanti piccoli vortici entro un vortice più grande, ne risulta un disco umorale ed altamente interpretabile. In  Electric Blue, Régine Chassagne soffia sulle candeline della disco-music, ma lo fa in maniera gradevole; mentre We Don’t Deserve Love ha quel giusto equilibrio melodico e pionieristico, che è mancato con costanza in tutto il disco. La take finale con Everything Now rallentata e sorretta da uno stuolo di archi, troviamo tutto il manierismo provocatorio degli Arcade Fire, come se volessero affermare che nel loro cuore rimangono independent.

Così il disco più atteso dell’anno si trasforma in un amaro boomerang per gli amanti degli Arcade Fire, ed un successone da Billboard per chi invece non li conosceva prima. L’impietoso 5.4 di Pitchfork ai propri beniamini, ha il sapore dell’insufficienza che la maestra mette al compito dell’alunno preferito: “sei incappato in una brutta giornata, la prossima volta andrà meglio, vero Win Butler ? Non si può avere tutto e subito!

recensito da Poisonheart

 

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