Humburg – Arctic Monkeys

 

Etichetta: Domino Records
Prodotto da: James Ford, Josh Homme

 

Complici due album manifesto dell’indie-britannico-ballabile, dagli Arctic Monkeys ci si sarebbe aspettato tutto, tranne un album adulto che cammina con le proprie gambe come Humburg.
Una strana tendenza, un insolito salto di qualità in questi tempi bui, ove è preferibile rimanere nella carreggiata tracciata dagli esordi piuttosto che sbottare verso rotte incongite. Del resto se andiamo ad ascoltare i primi due lavori dei Radiohead, tuffandoci subito dopo in Ok Computer si rischia la congestione istantanea. Eppure il cambio di rotta (fatte sempre le dovute proporzioni!) è il medesimo: quindi un applauso alle gesta di Alex Turner e Matt Helders.

Humburg lascia da parte l’indie mordi e fuggi (o come ampiamente criticato, quel one-dimensional-noise che farebbe impallidire pure il povero Herbert Marcuse), per salire sulle scale del paradiso con un rock più costruito, compulsivo, meno ballabile ed onestamente migliore. Tralascio che il disco è prodotto da Josh Homme (fortunatamente la sua mano non si sente troppo!), piuttosto il timbro portante è dato da un ascolto assiduo e spasmodico della band verso Nick Cave (vedasi la narcolettica-emozionale The Jeweller’s Hands).
My Propeller traccia le linee guida: chitarra ipnotica ma meno nervosa che flirta con delle percussioni maggiormente statiche, poco inclini  cambi di tempo forzati da incipit-ballroom. Il brano è imperniato da un simbolismo sessuale deviato, un sadismo non dissimile alle impressioni nascenti di Venus in Furs, lasciando molto, moltissimo all’immaginazione: «You’ve got to make your descent slowly, and oil up those sticky keys». Alla fine del brano una domanda è lecita: “Che diavolo di ‘elica‘ di riferisce Turner?”

Crying Lighting esce come primo singolo del disco e rappresenta il tassello mancante tra questo ed il precedente Favourite Worst Nightmare; eppure l’interpretazione e la personalità con cui il brano viene raccontato al pubblico è l’indizio evidente di una maturità finalmente trovata. Le dinamiche sono meno istintive, pubescenti, irregimentate verso una schema compositivo sempre uguale, gli Arctic Monkeys si lasciano un po’ di passato alle spalle per vedere cosa offre l’orizzonte qualche metro più in là. E se Secret Door è una specie di omaggio ai Blur di Think Tank (lo stesso nichilismo onirico di Out of Time di marca Albarn?), Cornerstone mima il brit-pop delle migliori annate: in entrambi i casi una sorta di razionalità musicale trapela nella tela compatta e armonicamente costruita tra basso-chitarra-batteria.

Il vecchio vizietto indie tuttavia mostra qualche sporadica presenza: Potion Approaching dimostra quanto è facile ammaliare l’orecchio con qualche buon giro di basso e chitarra ripetuti fino alla nausea (postilla personale: il brano smells like Nirvana, vedasi traccia n.7 di In Utero!). Pure Dangerous Animals e Pretty Visitors cadono, seppur con meno enfasi nella vecchia retorica indie, anche se a differenza della precedente il ritmo è meno pernicioso e monolitico. Sussistono sempre dei maniacali slittamenti di bar-chords, lucidati da pause mescaliniche metà anni’80: il vizio e l’ambiguità sono filtrati sotto le mentite spoglie di un album rock!

Fire and the Thud è il gioiellino segreto che la band ci offre in dote e che apre al decennio futuro. Impressione confermata anche dopo l’ascolto del recente Suck it and See (2011), che suona come avrebbero fatto The Strokes se avessero ancora la verve dei tempi fecondi. Un brano ben cotto, per nulla minato dall’irruenza adolescenziale che ne aveva contraddistinto gli esordi.
Dopotutto Nick Cave insegna. Probabilmente uno dei migliori dischi del 2009 …

 

recensito da Poisonheart

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