Lie: The Love and The Terror Cult – Charles Manson

9 agosto 1969, Cielo Drive: è in quella famigerata e sanguinosa notte in cui -per mano della Manson Family, nella fattispecie Tex Watson,  Patricia Krenwinkel, Susan Atkins e Linda Kasabian- persero la vita Sharon Tate e gli altri tre ospiti della villa abitata da Roman Polanski, che probabilmente la carriera musicale di Charles Milles Manson deflagrò definitivamente. Uno dei personaggi più controversi della seconda metà degli anni sessanta e di quella controcultura lisergica e dai confini rarefatti, tanto arguto quanto egocentrico, con il pallino per la musica (lui, il Beatles mancato!) ed una spiccata mania di persecuzione. Dennis Wilson (batterista dei Beach Boys) si avvicinò nel 1968 alla comune hippy di Manson, rimanendo probabilmente impressionato dall’istrionica figura del loro mentore, tanto da proporsi di registrare nell’estate del 1968 -assieme agli altri fratelli Wilson- i demo acustici di Charles.

Lie The Love and The Terror Cult - Charles MansonDifficile affermare con certezza da dove vengano le 14 grezze take di Lie: The Love and The Terror Cult, c’è chi parla di session già nel 1967 (quindi senza i Wilson) e di altre tra Los Angeles e San Francisco. Dubbia è anche la ricercatezza del progetto, fatto uscire nel 1970 quando Charles Manson era già dietro le sbarre, per l’etichetta clandestina Awareness Records da Phil Kaufman, non precisato simpatizzante della Family mansoniana. Elementi poco nitidi per una vicenda drammatica come quella degli omicidi sanguinari della Valley, nel quale la spietata efferatezza dei crimini ha inglobato l’immagine stessa di Manson e di quella trasgressione hippy scellerata e senza fremi che pose la sua prevedibile pietra tombale qualche mese dopo, in quella Altamont che rischiò di ingurgitarsi perfino i Rolling Stones. Ad ogni modo prendendo per buono il materiale raccolto da Kaufman e sparpagliato su due facce di un disco, è evidente una discreta vena creativa ed un ottimo senso della ballad americana, non a caso l’ottima Cease to Exit di Charles Manson venne “rubata” dai Beach Boys e trasformata nella melensa Never Learn not to Love, senza citarne i dovuti crediti. Probabilmente un discografico più accorto avrebbe fatto meglio di Kaufman, ad iniziare dalla cover-art, che cavalcano l’onda mediatica del “mostro” Manson, riprende pari pari la copertina della rivista Life mettendola su scala di grigi, enfatizzando così il disinteresse etico e morale per della musica che nel corso degli anni ha risvegliato l’interesse e la curiosità della critica più esigente.

Ballate voce & chitarra dalla buona andatura pop e dal calore immediato, che potrebbero appartenere benissimo a qualche band di ragazzotti in rotazione continua per le radio americane, Look at your game, girl ha quel nonsense morbido ed accattivante già apprezzato nei Byrds o nei Zombies. Eppure con Ego ecco quel tocco sinistro e misterioso che rende di fatto interessante questa selezione di brani: dall’andatura scarna e huxleyana, mostra evidenti influenze beatlesiane e orientali grazie ad un languido sitar slacciato e portato all’esasperazione nel finale. Contrasti cromatici forti, impossibili da ignorare, poiché l’ascolto inconscio suggerisce un lieve disagio dettato dalla consapevolezza che si sta apprezzando un uomo condannato per essere il mandante di una serie di omicidi brutali e senza precedenti per enfasi ed crudeltà. La parziale ammissione di People Say I’m no Good, tocca corde ironiche su cui giace una lucida confessione di un uomo solo ed emarginato, che probabilmente si è riscattato socialmente nel modo peggiore possibile: che piaccia o no, Charles Manson è diventato famoso, quasi come i Beatles, anche se per le ragioni sbagliate! 

Home is Where You’re Happy suona macabra nella sua sottile sagacia del senno di poi, mentre il folk dinoccolato di Arkansas, fa rimpiangere la mancanza di una miglior produzione, nonostante somiglianze (forse inconsce, poiché dubito che Manson avesse mai ascoltato i Velvet Underground) con la lirica newyorkese di Lou Reed. La tenebrosa Sick City svela tutto il marcio di quella Los Angeles folle ed ipocrita, un corroborante alito di sensibilità e lungimiranza che palesemente contraddice le folli teorie dell’Helter Skelter mansoniano. Dagli accenti country nebulosi è I Once Knew a Man, di cui si nota una vibrazione lenta e graffiante, una sorta di costante cenno di sofferenza da parte dell’ascoltatore, che fatica associare la grezza bellezza della musica alla figura del proprio autore: una sensazione che dura per tutto Lie The Love and The Terror Cult, compresa la lennoniana Eyes of a Dreamer, una sorta di Imagine decisamente più amara e nichilista:

Take nothing from nothing brother
And it’s all just the same
For the loser is the winner
And there ain’t no blame
It’s just the end of the game

Chi riuscirà a scorporare l’immagine demoniaca per antonomasia di Charles Manson (compresa la svastica che porta in fronte) da questa musica appena abbozzata, apprezzerà delle ballate intense intrise di una particolare sensibilità, che probabilmente avrebbero meritato più attenzione e qualche chance discografica in più: il talento (musicale) pareva esserci!

recensito da Gus

 

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