La Triade del Diavolo e la nascita del metal: Black Sabbath (1970-1972)

Il polo metallurgico di Birmingham è uno dei più importanti del Regno Unito, ed è da qui che Tony Iommi mosse i primi passi come discreto chitarrista blues (tanto da fare un provino per i non ancora celebri Jethro Tull); se la provincia inglese non offriva per un musicista le stesse prospettive che potevano nascere a Londra, è anche vero che una certa lontananza dalle mode londinesi permetteva di creare nuove sonorità mai sperimentate prima.

Tuttavia un episodio su tutti condizionò la carriera chitarristica di Iommi: un brutto incidente nell’officina in cui lavorava lo privò di due falangi della mano destra, che gli furono amputate, così come teoricamente le speranze di suonare stabilmente da professionista. Ne seguì una profonda depressione, attenuata però dalla scoperta e dall’ascolto del jazzista Django Reinhardt (anche lui menomato alla mano con cui suonava), questa influenza risultò fondamentale per rinfrancare lo spirito di Tony Iommi che non solo riprese lo strumento ma imbastì, per necessità, lo stile del heavy metal; usufruendo di una protesi alle dita che si era costruito da solo continuò ostinatamente a suonare, accordando la chitarra di un semitono più basso per rendere la trazione delle sei corde più morbida e quindi per permettergli di suonare con meno fatica, ove la presa delle dita gli era più difficoltosa. Questo piccolo accorgimento portava all’orecchio suoni più cupi ed ovattati che divennero non solo una delle peculiarità del proprio stile chitarristico ma anche una delle costanti armoniche dell’intero heavy metal..
Superato questo inconveniente, decise di formare una band assieme a Bill Ward e a mettere le fondamenta per quello che di li a pochi mesi, con l’ingresso di Ozzy Osbourne e di Geezer Butler, sarà un gruppo fondamentale per tutto quel movimento che prenderà nome di metal; ecco che nascono i Black Sabbath.

Black Sabbath - Black SabbathL’omonimo esordio discografico (1970) con la neonata Vertigo, era improntato su un “blues pesante distorto” come ricorda Butler; certamente innovativo rispetto ad altri gruppi inglesi esordienti come Led Zeppelin o Deep Purple, nel quale il carattere blues era certamente più ridondante.
Registrato in soli due giorni, Black Sabbath, spazza musicalmente via nella mente dei giovani ascoltatori i rimpianti per le perdite dei vari Morrison, Hendrix e Joplin, ossia l’apice della cultura fine anni ’60: qui lo strappo è forte e deciso. Un suono corposo, tenace, indistruttibile, grazie alle dinamiche di Tony Iommi, capace di imprimere delle sferzate di energia sinistra, grazie ad accorgimenti tecnici (vedi la famigerata triade del Diavolo) che enfatizzavano ancora di più quella parvenza maledetta e vagamente “satanica” che ha poi reso famigerata la musica dei Black Sabbath Le linee di basso di Butler sono consistenti e non scompaiono mai nel muro sonoro e distorto di chitarra e batteria, mentre il cantato secco ed isterico di Ozzy Osbourne conferisce al tutto un tocco di imprevedibilità, unica del metal sabbathiano.

Il Lato A apre con Black Sabbath, nel quale un sottofondo tempestoso e rintocchi di campane lasciano spazio ad una melodia dissonante di chitarra (qui vi è applicato il famoso tritono del diavolo) immergendo l’ascoltatore in un viaggio deviato e sinistro tra incontri magici e nere figure dagli occhi infuocati. Se la componente satanista sembra palese, in realtà i Black Sabbath usano la “paura” che suscita la propria musica per sedurre e attirare l’attenzione del pubblico, così come rituali di magia o figure ancestrali spesso ricorrono nei testi dalle più diverse interpretazioni.
L’armonica suonata da Osbourne in The Wizard è tanto stridente quanto ammaliante una sorta di blues rivisitato la cui figura del mago è in bilico tra quella di Gandalf delineata da Tolkien e quella insegnata da Aleister Crowley in Magick. Le letture dei manuali di quest’ultimo hanno spesso ispirato i brani dei Black Sabbath, che provenienti da famiglie cattoliche e cresciuti con tali insegnamenti, credevano ed avevano sempre creduto nell’esistenza del male e del Diavolo.
Behind the wall of sleep continua sulla linea di un blues articolato, a tratti oscuro a tratti pesante, senza tuttavia mai esagerare; chiude il lato N.I.B. (ossia Nativity in Black), brano che ha scatenato le fantasie sataniste dei detrattori della band (ufficialmente trattasi dell’appellativo giovanile dato a Bill Ward) con un apertura gloriosa di basso di Butler (che abusa del wah) ed un ritmo volutamente gommoso, decadente e decisamente rallentato.
Il Lato B si apre con la cover Evil Woman, che sembra quasi preparare il terreno alla monumentale Sleeping Village in cui Tony Iommi si scatena in una serie di riff blues le cui dita saltano da una posizione all’altra della tastiera della sua chitarra. Il sound cupo e tenebroso viene rimarcato anche nella lunga jam di Warning, nella quale elementi jazz fanno capolino su di uno sfondo ove i cambi di tempo e velocità sono immediati ma molto lineari
Nella versione cd chiude Wicked World (presente pure nella versione vinile USA), che nulla aggiunge al disco se non un altro brano di eccelsa qualità.
Fantastica ed iconografica la cover-art, raffigurante il mulino di Mapledurham sul Tamigi e quella sgranata figura avvolta da un vestito nero: inquietante, occulta, semplicemente una delle copertine meglio riuscite della storia del metal.

Paranoid - Black SabbathIl successivo Paranoid, edito nel settembre del 1970 in Inghilterra e quattro mesi dopo negli Stati Uniti, abbandona le arie blueseggianti degli esordi, per imprimere (com’era naturale e lecito aspettarsi) una decisa svolta elettrico-psichedelica senza cancellare la cupezza e la tenacia delle dinamiche imprescindibili.
A livello di scrittura, siano dinanzi forse al maggiore sforzo critico dei Black Sabbath, nel quale stoccate verso la guerra del Vietnam e verso gli abusi di potere trovano una lucida ma attenta ribellione, schierando la band nettamente verso la linea anti-militarista. L’attualità degli anni della contestazione trovano in Iommi & Co.portavoce coraggiosi, che si battono contro le armi nucleari e le tensioni tra Urss e Usa: mai nessun gruppo heavy aveva osato tanto, senza dimenticare la diversità delle tematiche che spaziano dalla politica, all’uso di droghe, fino alle malattie mentali.

Registrato in pochissimi giorni e a solo qualche mese di distanza dall’esordio, Paranoid dimostra lo stato di grazia compositivo della band, con Tony Iommi che con grande estro intuisce quello che sarà uno dei riff più esplosivi della storia dell’heavy, quella stessa title-track fugace che biascica un malessere individuale ed una sorta di alienazione tipicamente seventies: «People think I’m insane because I am browning all the time» oppure «I can’t see the things that make true happiness, I must be blind» dirette e spiazzanti.
Altro fortunatissimo canzone è Iron Man, che rivolta l’omonima novella di Ted Hurghes, in cui i Sabbath mettono in discussione tutta la politica occidentale, con una serie di domande sibilline: «Has he lost his mind? / Can he see or is he blind?». La struttura è quella tipica delle canzoni di Iommi, con numerosi riff acidissimi accompagnati da efficaci trame di basso ed una consistente batteria, mentre Osbourne incoraggiato dalla banda, sembra un dandy inglese che canta con ilarità e grande presenza scenica, svelando che il mito è davvero dietro l’angolo.
War Pigs è la lenta denuncia verso la guerra che apre il disco. Grande enfasi nella chitarra (uno stop&go pieno di tensione) per un brano che in sospensione si rivolge schietto ai giovani ascoltatori:

«Politicians hide themselves away
They only started the war
Why should they go out to fight?
They leave that role to the poor»

A chiudere il brano le maestose poesie strumentali di Iommi, rafforzato da un Butler in grande forma al basso elettrico. Claustrofobico e ovattato è il requiem di Planet Caravan nel quale Osbourne utilizza lo leslie-speaker per ricreare effetti remoti e pieni di reminiscenze poetiche; un brano calmo e ragionato che offre un atmosfera sensazionale: inaspettato dai Sabbath.
Electric Funeral è l’ironica e psichedelica denuncia verso il Vietnam e i disastri chimici che ne derivano: «Dying world of radiation, victims of mad frustration / Burning globe of oxy’n fire, like electric funeral pyre». I Black Sabbath potrebbero guidare un potentissimo esercito senz’armi, tant’è grande la verità che esce dai testi di quest’album. Percorso analogo per Hand of Doom, anche se in questo caso le atmosfere si fanno più heavy ed immediate. Nel finale spazio a Bill Ward e alla sua batteria in Rat Salad, e alla classica canzone Sabbath come Fairies Wear Boots.
In copertina un soldato d’altri tempi con tanto di spada e scudo al seguito. Il tutto in uno sfondo nero indefinito; un disco geniale come pochi. Riduttivo chiamarlo heavy metal, seppur sia la pietra miliare per eccellenza. Paranoid è l’opera che non ti aspetti, lucida e riflessiva, acuta e molto critica verso quello che il mondo seventies rappresentava.
Quando una scarica di chitarra elettrica è più pungente di tutti quei bei proclami pacifisti …

black sabbath master of realityNell’estate i Black Sabbath danno alle stampe il loro terzo disco, Master of Reality, che complice anche il successo dei primi due lavori, getta definitivamente le basi per quello che sarà il doom-metal. Un disco più compatto, nel quale la cupezza della Gibson SG di Tony Iommi cala onnipresente su ciascun brano, conferendo come non mai quel senso ovattato e cupo. La tensione diviene così più concentrata, tralasciando spesso e volentieri le trame più blues che avevano contraddistinto l’esordio, ma apportando in alcuni brani suoni acustici e più melodici che incredibilmente non stridono con il metal penetrante di questo disco. L’intro di Children of the Grave appartiene alla storia, con quel basso intriso di catrame ed una batteria scarna e tribale, un tessuto sonoro grezzo solo apparentemente, ma adatto alle scorribande chitarristiche di Tony Iommi, sempre livide di paura. Le tematiche proseguono il discorso iniziato con Paranoid, risultando più profondi e riflessivi in alcuni passaggi. Sweet Leaf ed il colpo di tosse di Iommi, aprono le danze per un inno alla marijuana ed alle sue “proprietà lenitive e curative”; l’apparato musicale rimane sempre ovattato, bilanciando così i picchi acuti dei riff di Iommi.
Incuriosisce la vena acustica nella frettolosa Embryo (incipit a Children of the Grave), rimarcata in Orchid (preambolo alla caustica Lords of this World), ed in qualche modo idealmente ampliata nei volumi in Solitude, piccolo e lento gioiello di questo disco, nel quale il cantato di Ozzy Osbourne risulta ispiratissimo e ricco di pathos.
La classica Into the Void chiude la trilogia di tre dischi che ha fatto nascere l’heavy metal inglese, ispirandone per anni le successive generazioni. Registrati tutti e tre negli studi di Londra, rappresentano il meglio della formazione storica dei Black Sabbath, che una volta trasferiti a Los Angeles perderanno (ahimè, per sempre) quelle cupe influenze da provincia operaia che ne aveva contraddistinto il sound degli esordi. Abuso di droghe, vaneggiamenti progressive, scioglimenti ed addii, tormenteranno la band per tutti gli anni ’70; eppure nonostante tutto i Black Sabbath sono sempre stati amati ed osannati dagli amanti dell’heavy metal … e non solo!

La Firma: Poisonheart
Poisonheart hearofglass

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