Intervista ai Divanofobia

Divanofobia >>> Divanofobia ep   [leggi la recensione]

Il tema centrale del vostro omonimo lavoro sembra essere la difficoltà di comunicare e di relazionarsi al mondo reale: la “fobia del divano” rappresenta una splendida allusione al vostro pensiero. Alla fine è sempre tutto colpa dei social networks o delle nuove tecnologie o gli artisti, segretamente innamorati della solitudine, si stanno accanendo troppo contro questo mondo ? Cosa ne pensate a riguardo …
Forse superare la difficoltà di relazionarsi al mondo reale significa cercare la propria identità, riuscire a mettere un po’ di se stessi nel mondo reale, essere in grado di alzarsi dal divano e di esprimere la propria persona liberamente. Secondo noi i social networks e le cosiddette nuove tecnologie non sono il problema, anzi a noi come gruppo emergente questi mezzi ci forniscono un aiuto. Non diciamo niente di nuovo se sosteniamo che il problema non è lo strumento ma come lo si utilizza. Diciamo però che, al momento attuale, la televisione ci appare piuttosto nociva.

Nella stesura del vostro ep, balza all’orecchio la collaborazione con il poeta, quasi vostro coetaneo Roberto Batisti. Come mai avete scelto di fondere due universi così istintivi, come quello della musica e della poesia? E come vi ponete nei confronti di queste piccole avanguardie artistiche underground?
Sul tema della spontaneità della musica e della poesia si potrebbe discutere a lungo. Se è vero che le due arti nascono come bisogno spontaneo e che sono in qualche modo l’esternazione di un talento innato è altrettanto vero che accanto alla spontaneità è necessaria molta esperienza e riflessione. Come probabilmente avviene per tutte le cose riuscite, anche in questo caso l’unione di musica e poesia non è avvenuta a tavolino, ma si è realizzata in maniera spontanea. Scrivo (Brasi) brevi pensieri da quando sono piccolo e conosco Batisti sin dalla tenerissima età. La passione poetica ci è comune. In questo EP in realtà i testi sono tutti scritti da me tranne quello del brano di chiusura, “Dopo l’alba”, non a caso il più ricercato e aulico. È stato il bisogno di cantare qualcosa che non avessi scritto io che ci ha spinto a chiedere la collaborazione con Roberto. A volte cantare qualcosa di scritto da me non mi riesce ad emozionare, perché è troppo chiaro alla mia coscienza, invece confrontarmi con un testo nato da uno stato di coscienza sconosciuto mi permette di immaginare scenari emotivi, e quindi melodici, che mi sorprendono e che costituiscono una novità per la mia immaginazione. Insomma lavorare su un testo non mio è un ottimo stimolo per la creatività. Poi ho sempre nutrito stima per il mio amico poeta. La sua esperienza poetica è più matura della mia anche se sto crescendo in questo ambito. In vista dell’incisione di un album i brani che vedranno come paroliere Roberto saranno probabilmente molti di più. Le esperienze di gruppi e cantautori che dialogano con la poesia sono molteplici ma crediamo che la nostra unicità stia nell’utilizzare una poesia seria, ossia accademica, che fa riferimento esplicitamente ai poeti italiani del novecento e contemporanei. Per quel che riguarda le collaborazioni siamo molto aperti: è tutto nuovo nutrimento da filtrare. Oltre alla realtà poetica underground bolognese che conosciamo, sul piano musicale abbiamo collaborato con Giovanni Senin in “Forza e sigarette”.

In una certa misura, state riprendendo quel filone cantautorale definito come “musica leggera”, scegliendo la madrelingua per esprimere in versi la vostra musica. Come giustificate questa scelta? E’ dettata dalla spontaneità o dalla certezza che il vostro messaggio venga univocamente recepito da chi vi ascolta?
Ritorna la parola “spontaneità”… e a pensarci effettivamente è una parola che ci è cara. Non “riprendiamo” un filone specifico … semplicemente abbiamo attitudini e background abbastanza variegati e quello che ne esce è quello che si sente; se somigliamo a qualcosa non è una cosa voluta. Le influenze musicali non dobbiamo dichiararle, le sente bene l’ascoltatore e se ne accorge il critico musicale. La scelta della madrelingua è dettata dalla spontaneità della comunicazione; è una questione soprattutto mia personale (Brasi), è una lingua che sento più vicina a me e più vicina al pubblico. Non escludo di cantare un giorno qualcosa in inglese o in spagnolo.

Come curate l’attività dal vivo e quanto per voi è importante la vicinanza del pubblico? Raccontateci qualche episodio particolarmente significativo …
L’attività dal vivo è importantissima, si può dire che è il cibo che consente a una band di continuare la sua vita. Quanto alla resa sul palco, concerto dopo concerto si migliora, si capisce come arrivare al pubblico e come gestire le proprie emozioni. Cerchiamo di suonare il più possibile, ma per un gruppo emergente non è facile suonare in un palco ben attrezzato e con un pubblico disposto ad un ascolto attento. Crediamo ci sia un problema culturale, quantomeno in Italia, per cui gli avventori di un locale, assuefatti dal mercato delle grandi potenze, vogliono ascoltare brani già sentiti, cercano una cover band. Paradossalmente guadagna di più una band che imita altre band che un gruppo con brani originali. Meno avventori uguale meno bevute, per cui vincono le cover band. La fobia del divano dovrebbe manifestarsi anche in questo: in una cultura più diffusa che sia incuriosita dalla novità artistica e sia disposta a confrontarsi con lo strano e con il diverso. Un atteggiamento attivo e non passivo. Abbiamo già dei fedelissimi che ci seguono quasi ad ogni nostro concerto ma non avendo né un disco a vasta distribuzione né un minimo di promozione al momento non possiamo pretendere troppo. Le cose probabilmente cambieranno… Ci stiamo facendo la cosiddetta gavetta.
Episodi specifici è difficile individuarli a parte quelli in cui c’è la lusinga di vedere amici fare dei chilometri per venire ad un nostro concerto. Forse però si può menzionare un episodio: una signora bionda alla vana ricerca di attenzione, durante un concerto nella bassa padana, ci ha chiesto una cover dei Queen. La signora, appariscente anche nell’abbigliamento, ci è apparsa proprio una vittima dell’habitus “divanofilo” di cui abbiamo parlato. Un gruppo emergente deve fare i conti anche con questa realtà: non sempre c’è la possibilità di suonare in un music-club con un pubblico in linea di massima selezionato. Anche se va detto che episodi così possono avvenire ovunque. In questi casi la cosa migliore da fare è assecondare la situazione con ironia e continuare il concerto

Se domani Rolling Stone o qualche altra rivista “specializzata” (bah, diciamo così …) vi dedicasse un articolo intero, etichettandovi “indie-melodico” o qualsiasi altro appellativo che non sentite vostro, come reagireste? E per il futuro come pensate che possa evolversi il vostro sound?
Crediamo che etichettare un gruppo sia spesso fuorviante; se gli “addetti ai lavori” sentono giusto etichettarci come “indi-melodico” non crediamo sia il caso di farsi il sangue amaro o polemizzare su una cosa del genere.
Per il futuro l’unica cosa certa è che il nostro sound si evolverà: la direzione non è stata stabilita, le nostre esperienze si rifletteranno nella nostra musica. Al momento la cosa che possiamo dire è che stanno evolvendo i nostri suoni, proprio a livello di timbro e di effettistica.

contatti:
Divanofobia ‘s myspace
Divanofobia ‘s facebook
Divanofobia ‘s You-Tube

intervistati da Poisonheart

 

Host di destinazione non consentito, sblocca la connessione nel pannello di AlterVista (Risorse > Impostazioni PHP)
FacebookBlogger PostNetlogTwitterMySpaceBeboGoogle BookmarksLinkedInDeliciousDiggShare

About admin