Brit-Pop: un affare tutto inglese !

La seconda invasione britannica, non esporta nessun prodotto negli States o nel resto d’Europa, ma paradossalmente invade l’Inghilterra stessa con infiltrazioni di nuove bands per una rediviva generazione musicale rigorosamente con il caschetto.

Gli inglesi stanchi del punk e della wave elettronica, affrontano gli anni novanta con uno stile chitarristico molto diverso, melodico ma incisivo, in ballate sempre agrodolci e minimaliste. Se agli Stone Roses si deve lo stile musicale, sicuramente ai Suede di Brett Anderson va il vessillo del look fashion-vintage, che in parte ne contraddistingue il movimento. Il fenomeno tuttavia non è territoriale, come fu per il progressive o per il punk, ma sfocia in una ribellione casual, trasandata ma molto british, senza uniformi o giubbotti, senza spille o inni.

Il 1995 è l’anno della definitiva esplosione del brit-pop, come unica arma per sconfessare la truffa delle teen-band quali Take That et simila. Un fenomeno che resisterà a discapito delle previsioni e del carattere dei leaders di ciascuna band, e farà da contraltare alla prematura, forse non troppo, implosione del grunge U.S.
Ai fratelli Gallagher ed al loro rapporto contrastante, si deve un esordio sopra la media per il periodo, Definitely Maybe (1994), da cui vengono tratte ballate sempreverdi come Supersonic e Live Forever scritte da Noel, anche se è l’effige strafottente di Liam catalizzare l’attenzione della stampa specialistica per gli anni a venire. Come nelle migliori tradizioni musicali, il dualismo Manchester-Londra ritorna e concede ai fans i degni antagonisti degli Oasis: Damon Albarn e il geniale Graham Coxon formano i Blur, molto prima dei rivali storici: è il 1989. Eppure dopo due album discreti ma senza mordente (da ricordare l’esordio prodotto da Stephen Street, Leisure con la cinica There’s no other way), i Blur sbancano con Parklife sempre nel 1994. Dal piglio mod, vedasi Boys and Girls, maggiormente ironici e sadici rispetto agli Oasis, ma anche meno sofisticati e pop, i Blur battagliano a colpi di copie vendute contro gli acerrimi nemici; per la stampa britannica è tutto oro che cola: è l’inizio della “band-battle”.
Anno nuovo e solita storia, (What’s the story) Morning Glory? contro The Great Escape. Gli Oasis stravincono grazie a Wonderwall, Don’t look back in anger e Champagne Supernova (anche se il debito con i Fab Four di Liverpool è abbastanza elevato!); eppure i Blur si fanno apprezzare per un lavoro ironico come sempre (Country House e Charmless Man) pur concedendosi maggior intimismo con The Universal con un videoclip che fa molto Korova Milk Bar. Siamo all’apice della guerra tutta inglese e tutta pop, le personalità eclettiche dei Gallagher contro la dissacrante fantasia di Albarn e Coxon.
Nel 1997 tuttavia si inserisce un terzo incomodo: da Wigan i The Verve sbaragliano tutti con Urban Hymns che diverrà l’album più venduto dell’anno. Merito di Bitter Sweet Symphony (e della sua travagliata vicenda) e di un Richard Ashcroft ispirato e delirante, il terzo lavoro della band tocca le corde giuste e li fa uscire dall’anonimato. Sul fronte musicale sono più affini agli Oasis, melodici e incazzati, sensibili ed indifferenti allo stesso tempo, dalla primaverile Lucky Man, alla tenebrosa The drugs don’t works, Urban Hymns è un lp da conoscere e conservare. La fortuna e la novità dei The Verve, coincide con la luna storta dei Gallagher che con Be Here Now non sono in grado di bissare il peso del successo dei precedenti, causa probabilmente l’attesa spasmodica dei media verso il terzo lavoro della band di Manchester. Stand by me e All around the world si salvano in parte, complice una produzione non proprio all’altezza. Di contro i Blur con il loro omonimo lp, giocano di marketing e di sperimentazione lo-fi. Abbandonano il pop intriso di sarcasmo (ad eccezione della leziosa Beetlebum) per un indie controverso, pungente, assordante, come in Song 2 (che sbanca anche negli States e fa il botto).
Da contorno al movimento e limitrofi alla battaglia Oasis-Blur c’è da segnalare, K (1996) dei Kula Shaker, album dalle sonorità funk-psichedelico trainato da Govinda e Hey, Dude, e gli istrionico-kitsch, Supergrass, che raggiungono un discreto seguito  grazie all’energizzante Alright tratto da I Should Coco (1995), disco piuttosto variegato, di genitori tardo-wave. Negli stessi anni fanno breccia i Pulp, che ritornano da precursori del genere! A dimostrazione della proliferazione di talenti inglesi, anche se non strettamente brit-pop, ma anzi decisamente rock-sperimentali i primi lavori di Placebo e Radiohead, che sfoceranno in carriere musicali decisamente diverse.
Tuttavia il brit-pop è stato anche donna: le Elastica con il loro omonimo del 1995 percorrono una strada nuova per il pop-rock femminile aggressivo, influenzate e più vicine al riot grrrls U.S, che al pop melodico, costruiscono un disco granitico e di buon livello, mai bissato da un degno successore o da altre che ne abbiano saputo cogliere il testimone; ecco perché siamo poi giunti alle Spice Girls, dannazione!

Il brit-pop tramonta piano piano, complice alcuni scossoni all’interno delle band (Coxon lascia i Blur, per non parlare dei prendi e molla di Oasis e The Verve) e alla generale maturità assunta dai singoli membri in cerca di nuove esperienze professionali: all’orizzonte (di li a qualche anno!) ci sarà un altra generazione pop, ma questa è un altra storia!

La Firma: Poisonheart
Poisonheart hearofglass

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