Quella che fu la Sua Vita Violenta: Pier Paolo Pasolini

«So’ tutti de la democrazia», disse Tommaso. «Ecco perchè!»
«Che dici» fece Irene, «sapessimo capaci noi a trovacce ‘n mezzo a ‘st’ ambiente? Me sa proprio de no!»
«So’ troppo superiori», osservò Tommaso, «come fai a competece! Vedi, prima quando io li vedevo je dicevo allocchi, fiji de papà, invece adesso comincio a capì la differenza sa stà in mezzo a quelli de la borgata e a stà in mezzo a questi! Questa è gente che campa onestamente, e qualsiasi pizzo vanno je se levano tanto de cappello!»
Irene tacque un po’, meditando: «Che ne puoi sapè?» disse poi, «che un giorno pure noi, co’ un po’ de bona volontà, avemo fortuna e potemo fà la figura nostra»
Anche Tommaso tacque, tutto intento, meditando un po’. «Lo sai che sto pensanno, a Irè?» esclamò. «Parlo cor prete, e me segno pure io ar partito democratico»
A casa d’Irene tutti erano comunisti, e pure lei l’aveva pensata così, fin da piccoletta, come le aveva imparato il padre. Ci pensò su un po’, tutta ottimista e giudiziosa, e poi disse: «Nun è ‘n’idea sbajata, a Tomà! E poi essendo de quer partito un domani ce pò esse sempre un aiuto … qualche lavoro … E poi accostasse a la Chiesa uno c’ha sempre n’altro conforto!»

(Pier Paolo Pasolini, Una Vita Violenta, 1959)

Il personaggio: Pier Paolo Pasolini non può essere trattato nel suo insieme, né discusso a 360° in queste poche righe: perciò, leggasi questo come uno striminzito omaggio. Pasolini è stato un’artista completo e controverso, che ha attraversato in maniera truce e trasversale la storia italiana dal dopoguerra fino alla seconda metà degli anni settanta, quando fu trovato morto assassinato all’idroscalo di Ostia. Nato a Bologna nel 1922, visse l’infanzia e la prima adolescenza tra numerosi trasferimenti a causa della carriera militare del padre, facendo definitivamente spola tra Bologna (ove si laurea nel 1945 in Lettere) e Casarsa della Delizia (ove scopre una grande passione per la lingua friulana). Lo spirito della liberazione dal nazi-fascismo, porta Pasolini ad avvicinarsi al partito comunista, trovando successivamente impiego come insegnante in quel di Casarsa. Costretto a lasciare il Friuli a causa degli scandali personali che lo videro coinvolto, negli anni ’50 si trasferisce nella periferia romana in condizioni molto precarie, continuando a scrivere ed a studiare; solo grazie all’aiuto di amici scrittori (tra cui Carlo Emilio Gadda), riesce a trovare un editore (Livio Garzanti) pubblicando prima Ragazzi di Vita (1955), poi Una Vita Violenta (1959), ed iniziando così un rapporto morboso con il vivere degradato della periferia romana.
Oltre alla scrittura, Pasolini si appassiona al cinema, scrivendo dapprima sceneggiature e poi passando alla macchina da presa, esordendo con L’Accattone, iniziando così una collaborazione proficua con l’attore Franco Citti (fratello di Sergio, colui che l’aveva aiutato nell’apprendere il linguaggio di borgata che compare in Una Vita Violenta). Cinema, letteratura e saggi sono legati tra loro da un linguaggio secco e spigliato, e da un indagine profonda delle ipocrisie dell’Italia Repubblicana: lucido, lungimirante, spesso rivelatore, è stata la penna più temuta ed infangata del giornalismo e della letteratura nostrana. I detrattori hanno sempre trovato spunti pungenti tra le righe della sua dissipata e spregiudicata esistenza personale (si ricordi le almeno 20 tra denunce e querele varie); eppure per Pasolini l’indipendenza (e la solitudine da essa generata) era materia da proteggere e preservare, anche a costo di una reticenza intellettuale nei suoi confronti che non si è mai del tutto placata, anche a più di quarant’anni dalla sua morte.

Lascito letterario: Penna lucida e libera, quella di Pasolini ha iniziato a raccontare dalle borgate romane, dagli ultimi più ultimi, piccoli meno che proletari, ove la sopravvivenza passava per espedienti come furti, scippi, marchette. Prima in Ragazzi di Vita, e successivamente in Una Vita Violenta, Pasolini indaga con occhio vigile in quella Roma di periferia, sporca ed ignorante, lontanissima dalle luci della Dolce Vita; e lo fa con un linguaggio sorprendente per autenticità e coerenza. Scritto in gergo romano, Una Vita Violenta narra delle misere vicende di Tommasino Puzzilli e del quartiere Pietralata, ove fame e povertà sono le icone realiste da contrapporre a quelle politicamente schierate. Sullo sfondo, furti e prostituzione perdono la loro dissacrante morale, e vengono raffigurate come necessità normali per la sopravvivenza; eppure nell’iperbole di Tommasino c’è spazio anche per l’amore, piccoli lavoretti saltuari, e un girovagare politico che sfiora l’irruenza di estrema destra in adolescenza, per poi trasformarsi prima in una rassicurante democrazia cristiana (dopo l’assegnazione delle case popolari alla propria famiglia) e successivamente nel PCI, quando ricoverato in ospedale per tubercolosi partecipa attivamente a scioperi e manifestazioni. Ad ogni modo, la sventura della povertà è l’unica condizione che davvero non abbandona mai il personaggio di Tommaso e di chi lo circonda, nessun riscatto, nessuno rivincita sociale nell’Italia della Prima Repubblica.

Altri riferimenti: Tra i numerosi rimandi allo scrittore e regista italiano, ricordiamo con piacere il brano Pasolini. Un Incontro dei Tre Allegri Ragazzi Morti, correlato dai disegni di Davide Toffolo che fungeranno da base per uno spettacolo teatrale (Intervista a Pasolini) ove si omaggiano le parole ed il pensiero del poeta di Casarsa.


A cura de Il Gemello Cattivo

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