Dancing to Restore the Eclipse Moon – Red Temple Spirits

Etichetta: Nate Starkman, Son Label
Prodotto da: Red Temple Spirits

 

 “Jesus sleeps and dreaming endings

Di questa impressionante band californiana dalle sonorità mistiche ed occulte si sa poco o nulla.
I Red Temple Spirits (nome ispirato da una canzone del psichedelico Roky Erinkson “Two Headed Dog -Red Temple Prayer-“) si formano verso la fine degli anni ’80 a L.A., grazie all’incontro tra “

Spartacus” Taylor e Dino Paredes, rispettivamente chitarra e basso. Ad accomunare i due una passione per le tradizioni dei nativi americani, per il post-punk di matrice sperimentale ed ovviamente la psichedelia. Con l’entrata del batterista

Thomas Pierik e del cantante dalle tonalità vocali acute e sofferte, William Faircloth, il quartetto è così pronto.

Due soli dischi e due inconfondibili capolavori per sound, empatia e profondità: Dancing to Restore the Eclipse Moon (1988), ed il successivo

If Tomorrow I Were Leaving for Lhasa, I Wouldn’t Stay a Minute More, forse meno cupo, ma ugualmente intriso di un’aura allucinogena ed eterea.
Ad un ascoltatore distratto l’esordio dei Red Temple Spirits apparirà come una sorta di remake postumo della wave gotica di Bauhaus o dei primi Cure, non cogliendo la grande vivacità compositiva ed influenze più marcate verso il progressive di metà anni ’70, vedasi non a caso la cover di Nile Song dei Pink Floyd.
Caratteristica fondamentale ed imprescindibile del sound degli Spirits è certamente la sferzante carica evocativa, marcata dall’abuso di effetti echo, flanger e delay, in un tessuto sonoro piuttosto semplice e lineare. Eppure il tutto è colorato di contrasti indelebili: dagli acuti dei riff della sei corde alla cupezza del basso, dalla batteria stemperata ma sempre dinamica, alle interpretazioni passionali di Faircloth abile nel contrapporre una voce alienata a sfumature più venialmente pop: Liquid Temple appartiene a tale categoria. Dark Spirit è spruzzata da vampate garage, mantenendo intatta la distanza eterea dall’underground, la band, nonostante i cambi di tempo e ritmo, pone sempre l’accento sulla solennità del proprio stile. Carezze d’echi e suoni che giocano a rincorrersi sulle distanze, danze tribali tra il buio della Death Valley californiana, giri di basso perniciosi, dallo scorrere liquido, eppure traslucenti alla tensione generata: tutto ciò è il capolavoro di Dreaming endings.

La sperimentazione è sempre prerogativa della band, il disco non a caso apre come una lunga jam-barrettiana fugace ed onirica (Exorcism / Waiting for the Sun); lo spazio ai saliscendi strumentali è sempre concesso, anzi, spesso il cantato è un sussurro parlato, indistinto dalle dinamiche generate dallo spazio indefinito; Bear Cave come un mormorio sofferto, che non vuole richiamare l’attenzione a sè. Un altro brano fondamentale e di rara bellezza è Moonlight, dagli accenti più pop-wave rispetto al resto del disco, ricorda lo stesso straniamento e senso d’oblio della doorsiana Strange Days (un senso d’assoluto, di elevazione spirituale colpisce alla fine del brano); la grande capacità dei Red Temple Spirits è il loro appeal anacronistico, costruito tassello su tassello, lontano dalle mode e dalle emulazioni a buon mercato.
Dancing to Restore the Eclipse Moon è un disco solitario, sprezzante di energia nera senza per forza pesare all’udito, Where Merlin played concede un tocco orientale, appartenente a mondi lontanissimi, ma rimanendo sempre nel tema musicale, insomma nessun esteremporaneo esperimento atto a riempire il disco.
Due cenni anche a

If Tomorrow I Were Leaving for Lhasa, I Wouldn’t Stay a Minute More (per le vostre ricerche, mi auguro): un lavoro che si distanzia notevolmente dalla wave degli esordi, preferendo marcare il tema centrale del disco, ossia il misticismo tibetano, grazie ad un maggiore coinvolgimento di suoni derivanti dalla natura, ed intriso anche di un certo nichilismo selvaggio.
Fate tesoro di questa band … 

 

recensito da Poisonheart

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