So Tonight That I Might See – Mazzy Star

Fade into you, strange you never knew
Fade into you, I think it’s strange you never knew

Mi chiamo Camilla e racconto della musica che riposa nel fondo della mia anima … e la condivido con voi …

Dalle ceneri degli Opal, la chitarra di David Roback mira a tessere melodie mozzate per quella che è la splendente voce di Hope Sandoval, a creare così un duo psichedelico post-punk del tutto particolare: sto parlando dei Mazzy Star.
Siamo in California, alla fine degli anni ottanta, tutto l’hair-metal ed l’hollywood-rock si rigira su se stesso verso le solite ballate o i soliti giri pirotecnici di chitarra dominando (ancora per poco!) le classifiche; eppure esiste un sottosuolo musicale ove la dilatazione e la ripetitività dei suoni trova interpreti passionali ed originali. Se i Red Temple Spirit (leggi recensione) giunsero, con il loro art-rock, appena troppo in anticipo all’apertura musicale alternativa che gli anni novanta avrebbero svelato; i Mazzy Star trovano le giuste misure di sperimentazione e riescono nel loro piccolo a gettare le basi per quella che è un’autentica pietra miliare del genere: So Tonight That I Might See.
Dagli inizi acoustic-folk di She Hangs Brightly (1993, via Rough Trade), i Mazzy Star aguzzano ben presto le simpatie della major Capitol Records, che riconosce nelle doti vocali ed evocative di Hope Sandoval il grande neo che la differenzia dalle altre languide voci femminili. Accompagnata dalla sei corde di David Roback, a tratti placidamente folk ed a tratti da lunghissimi drowning alla John Cale; l’onirismo dei Mazzy Star rappresenta nient’altro quella stessa alienazione (in Inghilterra sarà shoegaze!), manifestata con toni più riflessivi, rispetto alla stessa urlata nella ribellione adolescenziale grunge.
So Tonight That I Might See Mazzy StarSo Tonight That I Might See (1993) possiede la frustrazione e la tristezza endemica degli anni novanta, eppure con quel suo alone di mistero e di nenia psichedelica rimanda anche alle prime mutazioni post-punk inglese. Fade into you è l’anti-inno spaccacuore, ondeggiato verso pennate ritmiche sostenute eppure anche piuttosto delicate (un pianoforte in sottofondo mitiga ed allo stesso tempo inspessisce il risultato finale), slide malinconici percorrono le pause del brano, mantenendo un’andatura lenta e piuttosto triste. Echi più farraginosi fanno capolino in Bells Ring, le cui percussioni meccaniche e smunte ricordano la prima grande rivoluzione di Lou Reed; l’interpretazione di Hope Sandoval mantiene nel medesimo istante distacco e passionalità, l’eredità del cantautorato femminile passa anche per di qua! Ciascuna traccia è ampiamente sviluppata, complice anche una velocità di esecuzione molto contenuta ed incline a qualche manierismo che trova sempre la propria ragion d’essere; Blue Light tocca le corde quasi soul (There’s a ship / That sails by my window / There’s a ship that sails on by) disturbate solo da uno “scivolare” di dita che porta ben presto ad un assolo limpido ed blueseggiante.
Il mezzosangue messicano di Hope Sandoval trova la massima libido nella ipnotica She’s my Baby, mentre cenni di art-rock si percepiscono nella depravata Mary of Silence, nel quale la tensione tocca vertici abbastanza importanti. Segnalo anche gli archi diluiti in Five String Serenade, ballata malinconica e straziante che s’addentra come un pugnale dentro sentimenti e ricordi; la conclusione spetta alla title-track (come da tradizione wave!) trovando evocazione ed arrangiamenti talmente secchi e diretti da non annotare almeno qualcosa in comune con i Velvet Underground.

Un cenno anche al successivo Among my Swan (1996), a mio avviso troppo trascurato rispetto al suo predecessore So Tonight That I Might See, nonostante la hit Flowers in December, la monumentale Disappear (forse il miglior pezzo in assoluto della band), oltre alla chitarra di William Reid (The Jesus and Mary Chain) nella potente Take Everything. Se un difetto si può riscontrare a questo disco, è probabilmente la sottile mancanza di intensità e di tensione, a favore di soluzione più folk e dagli arrangiamenti meno profondi (anche se ascoltando Rhymes of an Hour questo viene smentito!): ad ogni modo entrambi i lavori sono ampiamente sopra la media. Ascoltateli entrambi!!!

recensito da Camilla
Camilla heartofglass

 

 

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