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Zeroland (part I) – GLEAM

Sbirciando qua e la tra biografie, curiosità passate e recensioni della spietata concorrenza, colgo un fatto univoco: i GLEAM sono una band sofisticata, che lavora con precisione, leziosità, curando i dettagli. Il duo bresciano ha sempre mostrato una certa nobiltà artistica, un velluto elettronico pennellato da chitarre, una tessitura melodica di quelle dei bravi artigiani, almeno così ci pareva nel loro lavoro del 2010, il fortunato Lady Psyché and her Heart Mechanix (leggi recensione).
Poi mesi e mesi di studio per alzare l’asticella, per decorare con maggiore enfasi le armonie di un disco concettuale che nel 2013 vede la luce in Zeroland (part I).
L’unico modo per parlare di questo disco è vivisezionarlo minuto per minuto, poiché i GLEAM ricoprono le cinque tracce presenti di molte influenze ed ingredienti, impastando tutto a mano, perché la planetaria non piace nemmeno a loro!
GLEAM - Zeroland (parte I)I primi versi di The dance of the blades of grass sembrano discendere dalla poetica prog della lisergica Canterbury, ma il richiamo tipicamente indie del riff di chitarra snobba quasi subito la bucolica primavera inglese. Così il terreno diventa fertile per dinamiche più funk, corrette da una spolverata di tasti che rendono il chorus orecchiabile e di cui se ne riconosce il buon odore. Nel soliloquio finale “Dance Dance, Dance, I hear you…” però mi accorgo di riferimenti palesi a Paranoid Android (Radiohead), un sentito omaggio inequivocabile quando la distorsione fa capolino chiudendo il brano come solo Johnny Greenwood avrebbe fatto. Iuvenila invece si presenta come un minimalista esperimento pop anni ’80, con un uso del digitale accorto, delicato, alternando melodie armoniose del piano ed un beat lievemente verso lo swing. Un testo piuttosto struggente e malinconico, il cui cantato sostenuto e recitato conferisce al brano una emozionante nostalgia di commiato, si tuffa a piè pari su una struttura ritmica che ne segue l’onda emotiva.
Un approccio più funky sembra avere Borealis temptation, complessa e contraddittoria, ma al tempo stesso frizzante senza bollicine fastidiose al palato. Le tastiere richiamano nuovamente al passato, verso echi purpleliani, in uno schema assolutamente libero nel quale convivono molti (forse troppi!) elementi diversi. La durata del brano tuttavia giustifica lo sforzo, ed il castello sonoro regge senza compromessi. La ballata densa di Space express rappresenta il momento più dinamico del disco, nel quale il dualismo tra acustico ed elettronico trova la sua strada autonomamente, senza mai appesantire il brano con soluzioni più sofisticate.
Concludo con Never really gone il cui freddo ma delicato cantato ormai mi è entrato in testa (ma non è sostanzialmente un difetto) e si fonde tutt’uno con le armonie di ricordi passati, sfuggiti, rimasti un po’ dentro e un po’ fuori l’anima. Senza virate improvvise il brano scivola in un lungo dolce oblio, chiudendo in crescendo un disco nel quale le idee sono talmente tante che probabilmente non tutte trovano la propria dimensione in soli cinque brani.
L’obiettivo che i GLEAM si sono posti con Zeroland (part I) è molto ambizioso, ma forse ci sarebbe voluto un minutaggio più ampio ed una maggiore concentrazione su pochi e distinti elementi, per raggiungere quella crema sonora tra un brano e l’altro che nelle intenzioni c’è tutta, ma che ogni tanto impazzisce verso mete del tutto diverse… tuttavia la sua naturale continuazione, Zeroland (part II) è già in cantiere, per cui il giudizio finale aspetterà lo sbocciare della crisalide… non ci resta che pazientare!

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recensito da Poisonheart
Poisonheart hearofglass

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