Void Dimension – The Zoids

Una dimensione vuota non è necessariamente una dimensione nichilista, specie se cantata dall’esperienza e da quel filo di malinconia bluastra che accompagna i ricordi: così senza troppi fiocchi e ghirigori si può riassumere l’esordio de The Zoids per la MiaCameretta Records.
The Zoids Void DimensionGià nei At the Weekend, Francesco Salemme (chitarra) e Luigi Mosillo (basso) rispolverano un’energia compositiva vivace ma sostanzialmente rockeggiante -con palesi infatuazioni US-indie-, che ben s’accompagna ad un drumming teso e possente dalle bacchette di Domenico Benfante. Un power-trio dalle intuizioni punk ulteriormente rielaborate per sottrazione, con decisive (e spensierate) contaminazioni seventies sparse lungo un’intelligente evoluzione di 8+1 brani, che quasi mai si dilungano oltre il terzo minuto. Quindi se il grande lavoro d’arrangiamento e costruzione è evidente sin dalle prime note di Void Dimension (e della title-track che apre il disco), è l’atmosfera dinoccolata e disillusa che impregna in profondità l’album di chiaroscuri divergenti. Dai toni celebrativi di Lex (vibrazioni tra glam ed indie), ai ritmi più meditativi nell’intro di Waiting Sun, con quel carico di cicatrici e fugaci pensieri che fermano il respiro, The Zoids svelano un ventaglio di possibilità che toccano corde diverse e diagonali. Il gioco degli opposti e contrari prosegue per tutto Void Dimension, lasciando incompiuto proprio quello spazio di mezzo tra gli estremi, come una terra di conquista a cui nessuno interessa piantare la bandierina. Così episodi più orecchiabili (Show me, Show me) collimano con arie più oscure e grigiastre (Time), trovando nei cambi di tempo nei chorus l’accelerata decisiva per uscire dal labirinto delle diverse tonalità.

Registrato da Filippo Strang nel suo VDSS Recording Studio, Void Dimension cresce ad ogni nuovo ascolto, uscendo progressivamente da quel velo di claustrofobia iniziale, per abbracciare umori ed emozioni che entrano ed escono continuamente dalla realtà, deformandola inconsapevolmente come un quotidiano vissuto innumerevoli volte. The Zoids confermano non solo l’abilità negli arrangiamenti e nelle scelte stilistiche, ma insinuano un songwriting lucido, originale -quasi mesmerico- che trova sorprendentemente nella bonus track finale (Time II) gocce di un folk acustico livido e dannatamente do-it-yourself!

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recensito da Poisonheart

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