Il mio cuore pieno di napalm: The Stooges and Iggy Pop (1969 – 1973)

Jimmy Osterberg (non ancora Iggy Pop!) non era un gran fan dei Doors, ad ogni modo andò a vederli per curiosità alla vicina Yost Field House di Detroit. Il giovane rimase impressionato dalla performance di quel Dio-cantante: «Quando Morrison aprì la bocca per cantare, cantò con una vocina in falsetto. Sembrava Betty Boop e si rifiutava di cantare con la sua voce normale». Si narra che proprio vedendo i Doors, il futuro Iggy Pop decise di mettere su una band, ma non fu per adulazione verso la band di Venice Beach, anzi: «… guardali, fanno veramente schifo, eppure hanno messo un singolo al numero 1 in tutto il Paese! Se ce la può fare questo tizio, ce la posso fare anch’io!».

E l’intreccio, Doors-Stooges non finì certo lì. Arruolati Ron e Scotty Asheton e chiamato un amico al basso, Dave Alexander, di li a poco gli Psychedelic Stooges (poi azzoppato a solo Stooges) si esibirono alla Grande Ballroom di Detroit. Quello che era evidente nella loro musica fu irruenza di un rock ‘n’ roll autentico, malato, folle: non alla maniera naif dei Velvet Underground e lontano anno luce dai proclami hippy. Si è pur sempre nel Michigan, e la band di riferimento erano gli esplosivi MC5 di Wayne Kramer e Fred “Sonic” Smith, il resto non contava.
L’Elektra, sull’onda dell’entusiasmo dopo il successo di Light my Fire, mandò il giovane Danny Fields a scovare nuove band da mettere sotto contratto e arrivato a Detroit non solo segnalò gli ottimi MC5 (leggi recensione) ma rimase impressionato anche dalle performance di Iggy Pop. Se la band di Kramer aveva intenti politici e “sovversivi”, quella di Iggy era certamente un gruppo di sbandati capaci solo di suonare qualunque cosa a massimo volume. John Cale vide la band esibirsi e decise, entusiasta, di produrre il loro esordio, l’omonimo The Stooges, nonostante Iggy non fosse felicissimo che qualcuno producesse la loro musica.

The Stooges - The StoogesL’ispirazione per 1969 deriva da 96 Tears brano di Mark and the Mysterians, «mi piaceva tantissimo, era la prima volta che vedevo un numero nel titolo … fottutamente fico, ma aspetta … e il 1969 e posso scriverci una canzone!». Iggy dilapida con energia l’intera cultura hippy, in un brano generazionale per chi sa apprezzare l’essenza di un rock ‘n’ roll lontano dalle ribalte californiane o dai dogmi artistici newyorkesi.
I wanna be your dog è forse la canzone più rappresentativa degli Stooges, grazie ad un intro semplice ma potente di Ron Asheton, che insegnerà ai posteri come si suona una chitarra senza dover per forza essere dei prodigi: alla pari l’acidissima Real Cool Time, nel quale l’abuso del wah-wah è patologico. No Fun è altrettanto ricca di significati nonostante la ripetitività del testo e della melodia: un esaltazione della noia, ma anche una spinta per “darsi una mossa” alla maniera di Iggy.
Un album non sempre omogeneo, che soffre a tratti di certe amnesie nella scaletta, come nella tenebrosa e sofferta Ann che si concede una pausa (apparentemente) pacata estraniata dal contesto del disco, e ove le impronte di Cale sono tangibili. Come in We Will Fall, alias l’esperimento di Alexander, nel quale il produttore partecipa suonando la viola; stavolta la componente velvettiana e celebrale è più spinta ed incisiva. Una canzone che aiutava lo stesso bassista a “sconvolgersi” quando gli acidi o l’erba finivano: una preistorica i-dose in stile rock!
Da citare anche l’irrequieta Little Doll che non convince del tutto e la provocatoria Not Right che però sembra in debito non solo di ossigeno alla già citata No Fun.

Le vendite di The Stooges si rivelarono un flop commerciale senza eguali; la band cattiva brutta copia dei Doors non piaceva nè ai teenagers nè ai patiti della chitarra, in un periodo di illusione ed utopia, nel quale solo i più cinici leggono una crisi degli ideali della controcultura. Il magazine Rolling Stone ci andò giù pesante, definendo un disco di: «… fannulloni fumati che suonano musica noiosa e repressa …». E se il primo appellativo può anche essere corretto, certamente il rumore bestiale degli Stooges farà scuola di lì a diec’anni, e non solo per le irriverenti pose di Iggy ma soprattutto per un approccio sincero, provocatorio e bastardo di musicisti immensi come Ron Asheton.
Un disco fondamentale e primo esempio di proto-punk, senza questa band il punk non sarebbe mai esistito!!!

La fortuna delle seconde chance può essere il riassunto di Funhouse, secondo granitico lavoro degli Stooges. L’Elektra concede l’ultimo bonus, visti gli esiti deludenti del potente ma acerbo esordio, la possibilità di un secondo disco per Iggy & Co. Un opportunità sostenuta con un intensa attività live che porta ad affinare le canzoni del nuovo album, cosa che non avvenne per The Stooges.
Iggy Pop ha ben chiaro in testa come deve suonare il disco, tuttavia trasportare le sue idee alla realtà della band non sembra essere impresa facile. L’apparente empasse si sblocca solo quando vede esibirsi i Carnal Kitchen, nel quale suona il sax di Steve Mackay: «Ho sentito Steve suonare una sera e ho pensato “ Cazzo, grandioso! Che visione e che fantasia!».
Arruolato Mackay, il sound della band si tramuta da un rock grezzo, tribale e sgraziato, in qualcosa di assolutamente geniale: ha la compattezza del rock ‘n’ roll autentico, la frenesia di marca Stooges e un pizzico di fantasia jazz. Praticamente una novità assoluta nel 1970, all’alba dello scioglimento dei Beatles. In cabina di regia viene chiamato Don Gallucci (Kingsmen, Louie Louie, il garage vi dice niente?!) che si rende conto dell’impossibilità di operare in studio con una band con tale propensione per il rumore. Decide, con l’approvazione di Iggy e Ron Asheton, di registrare il disco il più possibile in presa diretta, utilizzando al minimo sovraincisioni da studio. Il risultato è un ottimo mix di rock posseduto senza i punti deboli dell’esordio, la chitarra di Ron vomita riff allucinati pigiando sul volume con dissacrante energia.

The Stooges - FunhouseT.V Eye è sicuramente l’esempio più calzante delle nuove sonorità: si apre con un urlo sacrile ed un riff portante suonato sino allo sfinimento,  tutt’intorno una compattezza sonora garantita dal tambureggiare di Scott Asheton e dall’ottimo basso del sempre più distante Alexander. Lo slang del titolo è da attribuire a Kathy Asheton in un espressione coniata in compagnia delle sue amiche quando queste pensavano che qualche tizio le stesse fissando, letteralmente “puntare alla passera” ma poteva essere anche riferito nel puntare qualcuno sessualmente!
1970 aggredisce il pubblico e lo sconvolge con un parte finale di sax nel quale si esalta la nuova espressione musicale della band. Si tocca l’apice con la sinuosa Dirt, in cui Ron si esibisce in assoli ubriacanti e distorti nel contesto pacato di un basso ipnotico e seducente: la voce sofferta e maniacale di Iggy fa il resto.
Con Funhouse s’intendeva la casa-comune nel quale gli Stooges vivevano, provavano, si drogavano e scopavano: una sorta di Factory di stanza ad Ann Arbour. Uno spirito incarnato giust’appunto nella tittle-track: un vivace rock ‘n’ roll che s’agita malizioso lungo la melodia di sax in 7 minuti di effusioni sagaci.
Ottima pure Down in the Street e la malata Loose. Isterica e violenta la litania jam di L.A. Blues, nel quale la provocazione è palese, Los Angeles viene scoperchiata dall’improvvisazione primordiale e primitiva della band: il titolo più appropriato sarebbe potuto essere Ann Arbour Blues.

Uno degli album più importanti della storia del rock che si porta come bagaglio un indimenticabile immagine, quella di Iggy cosparso di burro d’arachidi durante la sua performance esagerata registrata pure dalla NBC al Cincinnati Pop Festival del 13 giugno 1970. Funhouse è l’apice della carriera degli Stooges (poi solo caos e problemi: dall’eroina al licenziamento di Dave Alexander), nonché fonte inesauribile d’ispirazione per le generazioni successive … ma ahimè quest’ultima generazione viziata dalla tecnologia pare si sia dimenticata come suona bene un disco autentico, pensato e suonato live, senza ghirigori, puro!

James Williamson compare come uno spettro in concomitanza con le registrazioni di Funhouse nel 1970, che si chiude con il licenziamento di Dave Alexander e con John Adams, l’agente degli Stooges, che ricade nel baratro della droga, portandosi appresso Iggy e Scott Asheton. In uno scenario confuso e paradossale, senza un bassista dotato, Ron Asheton chiede (solo per pentirsene poi in un secondo momento) a Williamson di entrare con la sua chitarra, aggiungendo fantasia ed imprevedibilità al sound della band. I successivi concerti newyorkesi sembrano l’apertura tanto sperata oltre i confini di Detroit, ma è solo fumo negli occhi, tuttavia rappresentano concerti propedeutici per alimentare da lì a qualche anno il mito di Iggy Pop.
L’agonia degli Stooges si riassume con l’incidente grottesco al Washington Street Bridge: « … arrivò una telefonata alle 4 del mattino da parte degli Stooges che dicevano di essere appena passati con un camion alto sei metri sotto un ponte alto 5 metri!». Parole del manager ufficioso Danny Fields, che dopo qualche tempo lascerà a band che ormai in balia di se stessa si scioglierà.

Iggy and The Stooges - Raw PowerTra l’incidente del ponte e Raw Power passano tre anni, un periodo piuttosto lungo nel quale Iggy si disintossica dalla droga, si trasferisce a New York ed incontra al Max’s il suo salvatore David Bowie. Il Duca Bianco e Tony De Fries, titolare dell’agenzia che ne cura gli interessi (la MainMan), decidono di investire su Iggy costruendogli attorno una band per portarlo in tour in Inghilterra. Williamson è nei paraggi e a stretto contatto con Iggy, così entrambi volano a Londra per registrare quello che sarà la rinascita patrocinata da Bowie. Scartati ben presto i vari turnisti per batteria e basso, Iggy disperato chiama i fratelli Asheton, che accettano subito: l’idea di lavorare con Bowie è entusiasmante. L’ennesima rinascita degli Stooges vede però una predominanza della coppia Pop/Williamson che relegano gli Asheton (con Ron “declassato” al basso) a semplici comprimari.
Iggy sembrava avere la situazione in mano: «Volevo ricreare gli Stooges alle spese della MainMan, ma non volevo dirglielo subito. Erano persone abbastanza malleabili … avrei potuto mettere in pista gli Stooges e i miei piani e mandare a monte i loro programmi». Ma ahimè, Bowie e De Fries non erano gli sprovveduti inglesi sbarcati a N.Y. senza idee. Fu Lee Black Childers, manager ed ex-vicepresidente della stessa MainMan, a delineare una situazione decisamente molto lontana dagli scenari immaginati da Iggy: «De Fries metteva sotto contratto tutti gli artisti che influenzavano Bowie. Gli dava un salario, un tetto, ma sparivano dalla circolazione. Non suonavano più dal vivo!». E così fu anche per i “nuovi” Stooges.

Raw Power sostanzialmente è un lavoro oscuro, potente e troppo avanti con i tempi per essere compreso. Marcia ad un ritmo differente rispetto ai due precedenti lavori, con lo stile di Williamson sostanzialmente diverso dal fragore della chitarra del buon Ron Asheton. Il tutto riassumibile con Search and Destroy che zooma perfettamente l’atmosfera di quel periodo, un Iggy Pop spavaldo e sicuro di sé che cammina per le strade di Londra con un giubbotto leopardato “con il cuore pieno di napalm“. Un testo diretto e dissacrante, nel quale è appena ventilato il riferimento al Vietnam, piuttosto la vera guerra è insita negli Stooges.
I primi quattro giorni di registrazione agli Olympic Studios generano brani interessanti ma improponibili secondo De Fries, che rimanda al mittente il lavoro svolto trasferendosi ai CBS Studios (finiranno poi su Kill City progetto gestito da Williamson). Ed intanto cresce la stizza silenziosa di Ron: «Mi sentivo da schifo, perché anch’io avevo delle canzoni da proporre. Non mi lasciavano fare nulla …».

Il monopolio era saldamente in mano alla coppia Pop/Williamson, che rifiutarono pure l’aiuto in fase di produzione di Bowie (si limiterà ad un fiacco mixaggio). Ne escono quindi canzoni primordiali ed assolutamente grezze, come la sghemba Death Trip che chiude le danze del lp. In mezzo tante buone idee ma sostanzialmente un risultato lontano dai propositi iniziali della MainMan. Un disco “arrabbiato” o come direbbe lo stesso Iggy un “album condannato”; il risultato è Raw Power, la title-track frizzante e costipata: la chitarra di Williamson stride in rabbiosi riff acidi e ruvidi, mentre basso e  batteria sono secondari anche a livello di volume.
Buona Gimme Danger, più ragionata e matura, nel quale Iggy si lancia in una ballata sensibile ed intima; dal pollice su anche il blues laconico di I Need Somebody. Sostanzialmente inutile la poco ispirata Penetration, così e così la nervosa e rauca Your Pretty Face is Going to; si salva il riff turbolento di Shake Appeal derivante dalle prime sessions degli Olympic Studios.

Rotti i contatti con la MainMan che lascia come strascico polemico l’abbandono di Williamson, Raw Power viene assemblato con una cover-art banale ed accreditato come Iggy & The Stooges, a segnare che solo Iggy sopravviverà artisticamente. Peccato poiché le premesse erano ottime, nonostante un mixaggio sciagurato e disimpegnato: nel complesso alcune idee reggono, il sound abrasivo se opportunamente corretto e limato poteva essere vincente, più ammiccante. Un fallimento annunciato e dal potenziale controverso.

Ascolta gli Stooges qui

La Firma: Poisonheart
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