The Modern Dance – Pere Ubu

Danza moderna, danza stonata, danza avant-garage: così si autodefinivano i Pere Ubu.
Gli esordi, le velleità poetiche ed artistiche non possono discendere da un forte legame con l’arte moderna del magnifico Primo Novecento parigino. Mi spiego meglio. Nati nella seconda metà degli anni settanta nella Cleveland dell’acciaio, assorbono in qualche modo la decadenza di un polo industriale in recessione (come accadrà nella Manchester dei Joy Division), la band si culla nella precarietà come avevano fatto gli artisti della Parigi capitale del Mondo. Allen Ravenstine acquistò un interno palazzo gotico dismesso, Il Plaza- ed affittò le camere agli amici artisti che conosceva, tra cui i membri dei Pere Ubu. Come accadde per il Bateau Lavoir dei cubisti di Montmartre o La Ruche di Montparnasse, Il Plaza divenne luogo di scambio di idee, musica, ispirazione e di povertà.
Con Ravestine che si esercitava otto ore al giorno a suonare l’EMI 200 (un enorme sintetizzatore pieno zeppo di spinotti), David Thomas era l’altro caposaldo dei Pere Ubu (dopo la morte improvvisa di Peter Laughner), definito come un Capitan Beefheart destrutturato, che si sforzava di promuovere un cantato quasi dislessico ed improvvisato.
Ispirati dal Ubu Roi, dramma di Alfred Jarry messo in scena nel 1896 al Theatre Oeuvre che esordì con un sonoro “Merdre!” mandando in escandescenza il pubblico presente, i Pere Ubu tentano di rivoluzionare la musica lavorando per sottrazione prima ed addizione di “qualsiasi” cosa poi. Abiurano con decisione quanto accadeva nell’Inghilterra lydoniana ed affogata nella candeggina punk. Poiché secondo Thomas: «La nostra ambizione era di espandere la musica rock in aree ancore più espressive, creando qualcosa di assimilabile a Faulkner e Melville, il vero linguaggio della coscienza umana». Quindi poco-punk, avanti avant-garde!
Trascinati da una naturale sperimentazione che superava le stilettate barocche dei Television -ma che in qualche modo ne ammirava la deriva- i Pere Ubu si stringono su tempi dinoccolati e zoppi, tra ululati, devoluzioni ritmiche ed approcci dada, concedendo allo stesso tempo qualche briciola di melodia danzante. Uscito nel gennaio del 1978, The Modern Dance sancisce una sorta di manifesto folle e dedito all’assurdo, che tuttavia cela un ermetismo succube della decadenza di una Ghost-Cleveland-post-industriale. Lo spirito è probabilmente in linea con quello dell’opera di Jarry (consacrato da un “Merdre” dilatato ed ipnotico in coda ad ogni verso nell’omonima The Modern Dance), eppure tra cambi di tempo e strutture melodiche ripetitive e free-jazz si assiste per davvero ad una danza modernista e libera da inibizioni. Se Non-Allignment Pact risente ancora degli ultimi brandelli del punk-no-punk del C.B.G.B.’s (Richard Hell? Johnny Thunders?), in Laughing la ritmica avvolta dai crampi della fame di Tony Maimone e Scott Krauss si offre al banchetto della cacofonia musicale. I chitarrismi scapigliati di Tom Herman ruotano in un’orbita indipendente, rispetto dall’impeto -talvolta- militare dei compagni, preferendo sfumature free-jazz (Sweet Waves o Chinese Radiation) ad un bucolico vortice di arte performativa tra ipnosi ritmica e saxofoni come barriti d’elegante.

Life Stink è l’unico contributo alla chitarra del compianto Peter Laughner ed il lezzo è quello dell’inno stoogesiano, conflitti industrial primordiali nella caustica Real World (sapori berlinesi standing by the wall), mentre funeste figure sabbathiane (la chitarra di Herman ulula alla luna) aleggiano nella Cleveland deserta del Plaza sotto un ritmo algido e singhiozzante di Over my Head. Il barocco no-sense di Sentimental Journey apre ad una spazialità che i Pere Ubu esplorano con veggenza e ribellione, chiudendo la danza moderna con il funk saltimbanco di Humor me, tanto caldo quanto sibillino nel suo strisciare viscido e confuso.

Oltre il post-punk, oltre la musica in aperta opposizione alle agitazioni giovanili, i Pere Ubu inaugurano una stagione eclettica, raffinata, rumorosa e laconica della discografia, anticipando gli eighties (e forse surclassandoli in sole dieci tracce). Trame sonore cubiste che si slacciano su piani armonici sfalsati, capovolti incastrati tra di loro, ironia dada irriverente e crudele: W Ubu Roi, questa è la danza moderna!

recensito da Gus

 

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