Tempo – Bloody Revenge

Mondo metal: una brutta bestia fatta di riff spasmodici ad alto tasso di tecnica, velocità non indifferenti e batterie che spesso oltrepassano il muro dei 100 bpm. Perché? Beh, si tratta di un mondo molto spesso chiuso in se stesso,  con poche finesti e lucernai, ove l’apprezzamento per certe sperimentazioni o variazioni al tema centrale sono talmente sottili che a coglierle sono solo gli amanti del genere. Tuttavia il pogo è assicurato.

Da ascoltatore pagano del genere metal, posso affermare con buona dose di ragione che i giovanissimi Bloody Revenge, hanno le carte in regola per far bene. Consolidate le influenze dei grandi nomi riempi-stadi del passato, questi ragazzi di Lecce, provano la strada della versatilità, giocando con il più malleabile nu-metal e strizzando l’occhio a qualche soluzione accessibile; senza dover venir meno ai propri principi. E non mi sorprende, attingono dal bagaglio della musica che li ha visti crescere, quel metal non proprio purissimo che spopolava nei primi spiccioli di questo nuovo millennio. Tempo è un ep abbozzato, che da l’idea di cosa sanno fare questi ragazzi, tecnicamente ineccepibili vista la giovane età: un metal come dio comanda, con tutti gli ingredienti della tradizione, e come corollario delle semplici sperimentazioni di quel core che si può cogliere talvolta su Mtv senza dover aspettare l’una di notte.

 

May Curse of Sorrow è un metodico brano thrash-metal dai ritmi sostenuti, per non dire indiavolati, che si contorce in un onesto headbanging a tempo di riff ed assoli figli della tradizione metal. Tuttavia il fattore decisivo lo si riscontra proprio quando il brano sembra giungere al suo epilogo; i volumi si fanno soffusi, quasi gotici, e subentra una parlata sommessa e bassa accompagnata in maniera altrettanto ragionata: in bilico tra Linkin’ Park e RATM, senza la retorica dei primi, e senza il funk isterico dei secondi. Una cosa di certo inaspettata …
In Italian Reich si assiste senza troppa sorpresa alla rivincita del metal d’assalto, veloce, spietato, in stile Slayer; mostrando una cultura sottocutanea che va a pescare con intelligenza dell’olimpo della NWOBHM di metà anni ’80. Un brano senza sorpreso, granitico, con basso e chitarra che producono un muro sonoro che nemmeno la batteria riesce ad abbattere. La title-track, Tempo, cambia registro e lingua; e con coraggio si appropria di uno slang più movimentato che prende dai testi socio-politico-personali l’alienazione che ha profuso gloria ai Linea77; intimi ed aggressivi, attingono alcune soluzioni musicali degne delle “Vergini di Ferro”.

Un ep che già fa intravedere alcune buone idee, senza per forza approdare nella banalità o nel cliché di una musica compromessa dalla ricerca del consenso facile. Tuttavia battere nuove strade può essere salutare, magari mischiandolo con un hardcore o un garage più sostenuto … e poi chissà … anche se, al cuor metal, non si comanda!

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recensito da Poisonheart

 

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