Tanto rumore per un 45 giri: il Garage rock (1963-1967)

Per chi vive di punk e indipendent-rock conoscerne le origini è quantomeno fondamentale. Ed andando a ritroso in questa paziente ricerca si approda al periodo 1963-1967 ed al garage rock. Questa embrionale e rumorosa musica di nicchia, spesso suonata in maniera altrettanto grezza da giovani e tecnicamente sgraziati musicisti, prende l’energia e il ritmo del più patinato surf-rock e lo raddoppia in velocità e cruenza. Ne esce un pasticcio ricco di fuzz (il fuzzbox diviene l’effetto principale per chitarra) e di caos, pervaso da tecniche di incisioni primitive che ne garatirono quel sound sporco e graffiante che tanto piacque alle generazioni successive. Gli Stati Uniti vennero a conoscenza di band mordi e fuggi come The Sonics, Count Five, The Trashmen, The Kingsmen, The Seeds e via dicendo; poi per i più volenterosi ci si può imbattere anche nel primordiale frat-rock, una sorta di garage ancora più sporco e sconosciuto, ed altri sottogeneri di dubbio gusto o talento. Le band in questione difficilmente superarono gli anni d’oro del ’63-’67, però furono fonte di inesauribile ispirazione per chi alla fine degli anni ’60 mise in piedi una band senza emulare Beatles o Stones. Anche solo ad orecchio è innegabile che il testimone della prima ora fu preso dagli Stooges e dai MC5, per poi via via scivolare verso il punk newyorkese e, perché no, il primissimo indie-rock inglese anni ’80.

Sonics - Here are the Sonics garage rockThe Sonics sono forse i migliori interpreti del genere, se non altro per il capolavoro Here are the Sonics del 1965, raro caso di lp garage confezionato piuttosto bene. L’esplosione di energia rock ‘n’ roll è contagiosa, e la band di Tacoma (e prima grande uscita da quello stato di Washington che negli anni successivi farà parlare di sè) non esita a buttarsi anima e corpo nella festa. Gerry Roslie è la mente artistica di un gruppo che di artistico ha ben poco: brani tiratissimi, chitarre surf-rock, armoniche svolazzanti, batteria e basso perlomeno ipnotici e sempre attivissimi. La voce quasi sempre roca e fastidiosa quando tenta qualche armonia canora è meravigliosamente indie: Witch è attualisssima e fa impallidire per quel grezzo assolo nel quale il fuzz-box è riconoscibile anche a chi non lo ha mai sentito prima. Le cover di Roll over Beethoven o Do you Love me sono brani imprescindibili per il genere. Un disco che lascia forse a desiderare in fasi di produzione, ma che come energia non ha niente da invidiare all’hardcore losangelino.

Altra band importante nel panorama garage sono i Count Five e la loro psichedelica Psychotic Reaction. La band di San Josè mostra più calore e maggiore dimestichezza con gli strumenti, anche se fatica a convincere le case discografiche californiane. Più elaborati nella composizione i Count Five nel 1966 escono finalmente con il disco che prende il nome dal loro capolavoro, e mostrano subito un discreto debito con la musica inglese, specie degli Yardbirds depurati da Clapton. L’armonica è un elemento essenziale, mentre la base ritmica è meno marcato rispetto ai Sonics; il loro rock maculato si dicosta sia dal rock ‘n’ roll anni ’50 che dal surf-rock più vintage. La pecca dei Count Five e di Sean Byrne, oltre alla scarsa vena nei testi ed ad un’energia che via via si perde, è quella forse di essere arrivati al successo in concomitanza con gli esordi di band ben più talentuose della west coast, vedasi The Doors. Tuttavia Psychotic Reaction rimane un bel gioiellino anche oggi, forse è un’azzardo che abbia messo le basi per il progressive, però quelle atmosfere di un’incerta psichedelia ricordano vagamente i primi giochi musicali di Syd Barrett.

I Seeds invece narcotizzano le chitarre per dare spazio invece all’organo (tendenza tutta californiana) ed a un approccio più melodico. L’omonimo del 1966 contiene la hit Pushin’ too Hard, piacevole sospensione tra il garage e le dinamiche doorsiane (e qualcosina anche dei Kinks!). La voce particolare di Sky Saxon permette alla band di non perdersi subito nel marasma del sunset-strip, e resiste un paio d’anni anche grazie ad una vanità vagamente hippie, garantita dallo stesso cantante che nel 1970 scioglie la band decidendo di darsi alla religione spirituale in una comune.

kingsmen louie louie garage rockIl garage rock quindi è fatto di hits che colpiscono veloce e duro, mentre nel long-playing tale energia si perde progressivamente viste anche le discutibili capacità tecniche dei singoli membri. Tuttavia uno dei brani cardine del garage rock è certamente Louie Louie. Questa canzone registrata originariamente da Richard Berry nel 1955 (il rock ‘n’ blues anni ’50 è il cardine dell’ispirazione di quasi tutte le band del periodo), è stata da sempre una mistica attrazione per altri musicisti che nel corso degli anni hanno inciso una loro cover, (ricordiamo Beach Boys o The Kinks fino al punkeggiante Iggy Pop o Motorhead) ma senza dubbio la versione più famosa è quella realizzata dai The Kingsmen nel 1963. Il gruppo composto da cinque ragazzotti dell’Oregon con la passione del rock’n’roll non lascia ai posteri indelebili i loro nomi: Jack Ely (voce/seconda chitarra), Lynn Easton alla batteria, Mike Mitchell alla chitarra, Don Gallucci al pianoforte (lo stesso che diverrà poi il produttore di FunHouse degli Stooges) e Bob Nordby al basso.
Il testo della canzone è quanto di più romantico ci possa essere: un marinaio giamaicano racconta la sua storia d’amore ad un barista di nome Lou, affranto e preoccupato dalla lontananza della sua ragazza sperduta chissà dove. Tra un bicchiere e l’altro, stordito dai fumi dell’alcool, il marinaio storpia il nome del barman e anche qualche congiuntivo della lingua inglese: questa peculiarità unita alle parole appena biascicate dal cantante e alla bassa qualità della registrazione, fecero sì che la canzone finì singolarmente sotto inchiesta da parte dell’F.B.I.. Nonostante questo, il singolo scalò le classifiche e divenne un grande successo di quel periodo (tanto che il gruppo la fece ripubblicare nel 1964 e nel 1966) e non solo, grazie anche a numerose citazioni (Animal House, Quadrophenia, o alle più recenti Simpson e Futurama) Louie Louie è diventata un evergreen ed una delle più appassionanti canzoni rock mai interpretate. Merito soprattutto del celebre riff di chitarra e tastiera tanto che anche voi finirete col canticchiare TU-TU-TUU! TU-TU-RUTUTTU !

Surfin Bird (single) - The Trashmen garage rock«A-well-a don’t you know about the bird?» No ???? E quindi Peter Griffin, in una puntata della serie Family Guy, iniziava a cantare e ballare con pazzo entusiasmo, Surfin’ Bird dei Trashmen, datata 1963.
I Trashmen venuti dal Minnesota, erano quattro allegri ragazzi che sfoggiavano un rock ‘n’ roll ballabile e a tratti demenziale, in cui spesso faceva capolino quel surf-rock tanto in voga nei primi anni ’60. Con Tony Andreason e Dal Wislow alle chitarre, Bob Reed al basso e Steve Wahrer alla batteria, i Trashmen pubblicano una serie di convincenti singoli a cavallo tra il ’63 e il ’65, per poi sciogliersi nel 1967. Ripresero poi negli anni ’80, con una sorta di revival fino ad oggi, nonostante la perdita di Wahrer avvenuta nel 1989. Ad ogni modo il loro posto nella storia e nel garage ce lo hanno, ed è giustificato da Surfin’ Bird, originale e scanzonata ancora oggi … non oso immaginare come suonasse all’epoca! Il brano in verità è un mix di due successi della band di colore doo-wop, i Rivingtons, molto attivi nei primi anni ’60. I Trashmen presero gran parte del testo e della melodia da The Bird’s the Word e quell’incomprensibile e celebre gutturale da Papa-Oom-Mow-Mow, massima espressione del doo-wop. Con questo tenebroso esordio i Trashmen si aggiudicarono un contratto discografico e la pubblicazione del singolo, che arrivò al n.4 delle Billboards americane. All’epoca questi cosiddetti “scippi” erano concessi, tuttavia i Rivingtons ottennero di aggiungere i propri crediti al disco firmato Trashmen, e come dargli torto in fondo.
Rispetto alle versioni originali dei Rivingtons, più tradizionali, i Trashmen riuscirono ad imprimere ritmi sensazionali e scatenati, senza trascurare l’inconfondibile esibizione vocale di Andreason, molto bassa di tono e quasi scimmiesca. Nel corso degli anni molte band si prodigarono per coverizzare Surfin’ Bird: i Ramones probabilmente convinsero più di altri, anche se la loro versione ricalca perfettamente l’originale. Non c’è da stupirsi che alcuni la definiscano la prima canzone punk della storia, appellativo forse esagerato e non propriamente inesatto. Nel 1987 il maestro Kubrick utilizzò questa canzone in Full Metal Jacket e mai accostamento fu più azzeccato.
Sorprendentemente nel 2008, grazie alla sopraccitata serie Family Guy, Surfin’ Bird raggiunse la top 50 delle charts inglesi, impresa che non era riuscita nel 1964. Non resta che dire: «Well, everybody knows that the bird is the word!».

Il garage rock ottenne un discreto successo per lo strappo musicale deciso verso quello che era il più mansueto rock ballabile dell’epoca. Queste band non avevano velleità di diventare i nuovi Beatles, e non ne avevano manco la capacità, tuttavia l’energia che sprionarono i loro brani da jukebox rappresenta la smania di emergere della provincia americana e di una certa contro-controcultura rock umile e sonnacchiosa rispetto a quella che, appena un anno dopo la fine del garage, metteva i fiori nei cannoni. Nessuna velleità politica, pochi giri di parole e accordi, ma solo velocità, energia e divertimento: il tutto condensato e premuto fortissimo in un piccolo 45 giri.

 

La Firma: It-Was & Poisonheart
M_It Was

 

Poisonheart hearofglass

 

 

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