Surfer Rosa – Pixies

Nei primi anni novanta, mi trovavo credo a Londra, e la grunge-mania (o meglio Nirvana-mania!) rispolverò, da un forziere dimenticato nel fondale, un disco garage collegiale come Surfer Rosa dei discutibili Pixies. Dico discutibili, poiché la fortuna/sfortuna della band fu prerogativa di Black Francis; una sorta di primo Billy Corgan pop con pochi capelli, ma il cui ego smisurato poteva benissimo essere paragonato ad un lezioso Dylan. Il talento autentico apparteneva alla bravissima Kim Deal, che solo nella seconda metà degli anni novanta, abbandonati i Pixies, troverà la giusta ricompensa grazie ad un bellissimo album come Last Splash (leggi recensione), firmato dal suo nuovo gruppo le Breeders!

Surfer Rosa - PixiesTutti ricordano i Pixies, come la band della canzone con cui si chiude in maniera spettacolare Fight Club, la pellicola per così dire più spiritualmente underground di Hollywood. C’è di più e ci mancherebbe altro; Black fonda il gruppo a Boston, un brutto posto per nascere nella seconda metà degli anni ottanta, poiché c’era talmente tanta linfa vitale nella vicina N.Y. da oscurare pure il sole: mi ricordo i graffiti di Basquiat che “decoravano” una metropoli malata e apparentemente senza voglia di guarire.
La virtù è virtù. Impossibile non dare merito ai Pixies per aver generato un underground potabile, ricamato da un delizioso pop, ma come una tela di Fontana, squarciato da tagli aggressivi e profondi di punk-hardcore e sperimentazioni noise. Meno coraggiosi dei Sonic Youth, i Pixies si sono dimostrati più vicini ai R.E.M. di Green, che alle band inzuppate dal fango garagistico. Accessibili ma non per scelta: Black sembra avercelo nel DNA. Dalla semplicità delle loro strofe punk sono capaci di estrapolare sia cose buone, sia accozzaglie sonore decapitate e deformi. Sul piatto della bilancia mettete un incongruo blues come I’m Amazed (il meno convincente del disco!) e la stupefacente ballata agrodolce di Gigantic (firmata dalla Deal): il piatto penderà senza indecisioni per quest’ultima. Giusto per segnalare il range sonoro nel quale la band spazia.

Where is my Mind? è la famosa domanda che si pone Tyler Durden alla fine del film sopracitato, e in un semplice pop fatto di accordi maggiori, la band enfatizza una confusione mentale molto tipica della generazione X. Notevole il gioco delle voci, asso nella manica nelle produzioni di Steve Albini (che primeggia anche in questo disco). River Euphrates ha la forza di un garage ruvido come pietra pomice, gratta la superficie ed estirpa qualsiasi cosa si trovi dinnanzi. Mi piace molto Bone Machine che fa sentire delle buone vibrazioni senza spendersi troppo in giochetti da studio: la roulette delle parti veloci e lente paga nell’immediato, consentendo ai Pixies di modellare il loro pop come della plastilina malleabile a qualsiasi suono distorto. Break my Body è una canzone che molti gruppi degli anni novanta hanno preso come cartina tornasole per il loro pop dalle velleità britanniche. In debito con l’hardcore fulmineo degli Hüsker Dü, è Something Against You: mi convince solo in parte!

Surfer Rosa fa parte di quella categoria di album, belli ma a pelle non facili da prendere. Ci vuole un piccolo sforzo, e persino il sottoscritto ha avuto dei problemi a valutare una band che per alcuni fu assolutamente geniale (vedi Cobain, per esempio) mentre per altri fu solo una band retorica da slogan pubblicitario che ottenne molto di più di quello che meritava!
Voi da che parte state? A me ci sono voluti anni per decidere … però è un piccolo capolavoro fine anni ’80.

recensito da Gus
Gus heartofglass

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