Sporchi, rumorosi e capelloni: il proto-grunge dei Green River

La storia del grunge e della scena musicale del nord-ovest d’America, passa obbligatoriamente per i Green River (omaggio al serial killer del Nord-Ovest, ma anche ad un disco dei Creedence Clearwater Revival), primo embrione di quelli che saranno alcuni protagonisti del cosiddetto Sound of Seattle dei primi anni novanta.
Green River - Come On DownL’approccio sixties e lo-fi di Mark Arm e Steve Turner incontra e si scontra con il rock capellone anni ottanta di Stone Gossard e Jeff Ament: non durerà molto in fondo, ma istintivamente stabilisce quali saranno i due canoni della musica indipendente, quella idealista nuda e cruda, e quella vogliosa di strizzare l’occhio al mainstream. A fare da paciere (forse) il batterista Alex Vincent amico comune dei quattro.
Verso la seconda metà degli anni ottanta, il punk hardcore ed il metal trovarono il loro compromesso musicale, prendendo i ritmi veloci e scarni del primo e le dinamiche pompose e pesanti del secondo; Come on Down è un bozzetto tanto sgraziato quanto istintivo, pubblicato nel 1985 per la  Homestead Records, nel quale i Green River esordiscono con un sound rumoroso, lercio, scoordinato, ma meravigliosamente punk negli intenti. Approccio che manterranno quasi intatto, lungo la loro breve discografia, da Shallow my Pride, brano di punta scritto da Steve Turner, a Tunnel of Love, si manifestano tutte le fratture di un grunge ancora da costruire e dai confini contraddittori. Poi quando un energumeno come Jeff Ament si presenta sul palco truccato ed esibendo una striminzita canotta rosa con la scritta “San Francisco” viene da sé che in Steve Turner si apra una infinita polemica verso i compagni di band più inclini a sonorità glam-rock; così dopo la registrazione del disco, fedele all’indole indipendent, lascia la band sostituito dal hair-guitarist Bruce Fairweather.

Il passaggio alla Sub Pop, che corteggia apertamente sia Arm che Gossard, porta a quello che sarà uno schema di produzione tipico dell’etichetta di Seattle. Grandi scritte colorate sulla copertina dei dischi, con foto in presa di diretta (grazie alla maestria di Charles Peterson) durante i concerti, come ad evidenziare una brulicante energia che la musica sublimava completamente grazie a cascate di distorsioni ed a una cupezza di tonalità basse.
Dry as Bone - Green RiverDry as Bone vede la luce due anni abbondanti dopo e nonostante questo il sound non viene affatto tirato a lucido ed anzi ricalca praticamente le orme di Come on Down: chitarre grezze e pallide, il cui groove pesante e rumoroso si attesta in una via di mezzo tra un hard-rock viscido ed un post-hardcore depotenziato. Qualche rarissima concessione ad atmosfere blueseggianti (virgolette d’obbligo) o a riff più ricercati, che tuttavia non riescono ad ammorbidire un suono deviato e degenerato.
This Town apre nervosa, incostante, nevrotica, come la voce di Arm che pare arrampicarsi sulle note della chitarra di Stone Gossard, rimanendo sospesa in un isteria lisergica che accompagna l’ascoltatore per tutto l’album. Decisamente più metallara, appare P.C.C. dove batteria e basso la fanno da padrone rendendo il brano irresistibile nella sua versatilità tra assolo quasi heavy e atmosfere garage. Ozzie (dei Tales of Terror) è invece riproposta come interessante esperimento grunge che strizza l’occhio ad uno stoner spiccio; mentre Unwind sorprendentemente inizia rock-blues arrivando ad un underground veloce e frizzante, in una metamorfosi azzardata ma tutto sommato accettabile. Baby Takes è contaminata da influenze stoogesiane (evidentemente l’aura di Turner veglia sui nuovi Green River) seppur mantenga quella plasticità glam tipica delle chitarre di Gossard e Fairweather.
Sicuramente nella smilza discografia dei Green River non brillano perle di valore assoluto ma la loro musica è servita  ai rispettivi membri per approdare al sound che cercavano. Pionieri e grandi sperimentatori spesso esagerati, ma tuttavia a tratti convincenti, in una sorta di dilettantismo rumoroso a cui manca una base solida su cui costruire.

Ecco che durante uno dei tanti stressanti mini-tour lungo gli States, comparve una cassetta dei Whitesnake, per la disperazione di Mark Arm: indubbiamente è l’inizio di una fine annunciata. L’infatuazione di Gossard e Ament per hair-metal e hard-rock mainstream porta il già precario equilibrio dei Green River a sfaldarsi. Rehab Doll (1988), più corposo e meglio strutturato dei primi ep sperimentali, esce  7 mesi dopo che i Green River si sono sciolti: Mark Arm  formerà assieme a Steve Turner i fuzzosi Mudhoney, mentre Ament-Gossard saranno le menti del super-gruppo Mother Love Bone (primo embrione dei Pearl Jam).
Sebbene questo disco sia stato pre-prodotto da Jack Endino (onnipresente nelle produzioni Sub Pop), i Green River maturano musicalmente solo di un pochino, mettendo in questo primo miracolato disco tutto quello che sanno fare: rumore di chitarre ed urla isteriche.
Rehab Doll - Green RiverForever Means apre con le ottime trame del cupo basso di Ament facendo presagire ad un immediata scarica energetica, che invece tarda ad arrivare dalla voce intrepida di Arm. Il brano appartiene già ad una dimensione “grunge” ben chiara, in cui la fusione tra basso e chitarra è finalmente omogenea, e mossa da una batteria pimpante. La title-track,  Rehab Doll, non aggiunge nulla di  nuovo allo schema del primo brano, semmai perfezionando un’alchimia sghemba tra la sezione ritmica e le chitarre verso il cantato folle di Arm . Viene ripescata nuovamente Shallow my Pride che si presenta più organica e meno “turneriana”. Stessa sorte per Together we’ll never, che comparve nel 1986 come singolo per la Tasque Force Records. Probabilmente quest’ultime canzoni perdono qualcosa in aggressività rispetto alle prime incisioni, ma risultano tuttavia più ragionate e meglio strutturate. Porkfist si concede una pausa post-punk alla Greg Sage, mentre Smilind and Dyin’ ritorna sui binari sonori consueti dei Green River. Take a Dive è invece il brano più maturo del disco in cui Arm segna già la strada vocale a quelli che diventeranno i Mudhoney. Si chiude con la deviata One more Stitch, in cui i preamboli acustici calano un atmosfere funerea e terrificante, per poi esplodere in un chorus disperato. Nella versione rarissima in musicassetta (il narcisismo targato Sub Pop) comparirà, come ultimo rigurgito glam, la cover di Queen Bitch di David Bowie.
Rehab Doll e Dry as Bone sono stati ri-editi in un unico formato cd, con l’aggiunta di due inediti di cui si ricorda solo Ain’t Nothing to Do dei Dead Boys; espediente più accessibile per chi vuole scoprire le radici fangose del grunge.

La Firma: Poisonheart
Poisonheart hearofglass

 

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