School’s Out – Alice Cooper

Vediamo un pò di schiarirci le idee: liberate la mente dai soliti luoghi comuni!
School’s Out è certamente l’apice hard-rock-blues della carriera di Vincent Damon Furnie, meglio noto come Alice Cooper. Figura mitica, perennemente avvolta da cupo mistero, che con gli anni ha saputo ritagliarsi un certo rispetto nel panorama rock, nonostante quel livido kitsch dei suoi spettacoli sospesi tra il sadismo e l’ironia, tra l’horror e il demenziale: propositi quasi sempre mal interpretati dai media e dai conservatori a stelle bianche e strisce rosse.

School's out - Alice CooperInutile elencare le mirabolanti parabole tra fama ed fiaschi che per quarant’anni hanno accompagnato il teatro intinerante di Alice Cooper. Questo disco rappresenta la golden age della sua carriera, già ben avviata grazie al singolo I’m Eighteen ed al disco-culto Killer. Basilari per comprendere un biennio, il ’70-’72 ricchissimo di soddisfazioni per il performer di Detroit, ispiratore per tutta la successiva generazione rockettara e non solo. Tuttavia quello che traspare maggiormente è il personaggio, rappresentato da un diabolico menestrello da circo che porta in giro il suo orrido spettacolo e decadente, con l’intento di demonizzare la violenza sempre più crescente tra i giovani negli States. Le illusioni della fine degli anni ’60 trasformate in bugie da governi sempre più conservatori, fa bollire una rabbia generazionale che Alice Cooper sa cogliere con intelligenza, rivoltandola come un calzino ed eleggendo la monumentale School’s Out come inno semplice ma diretto, molto più accessibile dei proclami naif di Waters e del suo “muro” qualche anno dopo. L’atteggiamento del cantante è sempre stato quello di parlare faccia a faccia con il proprio pubblico, di guardarlo negli occhi, comunicando che l’illusione violenta dei suoi spettacoli è un facile depistaggio, un modo nuovo per stabilire un contatto. Non dimentichiamoci che i primi anni ’70 portano con sè make-up ed ambiguità sessuale: tutto è un trucco, tutto è cinema!

Equivocamente i più superflui etichettano i lavori di Alice Cooper come un accozzaglia di power chords che si legano a testi banali, maschilisti e violenti. La verità è ovviamente un’altra, e lo si può con facilità confutare da Blue Turk, rock-blues felino e ammaliante, oppure dalla strumentale e tormentata Street Fight, encomio urbano-criminale degno di una metropoli da Taxi-Driver. Un disco che prescinde dalla sua famosa title-track, ed ecco che come un dritto e rovescio, viene servito in faccia Luney Tune, incubo mescalinico che spazia con frenesia dal rock al blues, apportando ottime ed ingarbugliate trame tra chitarra ed archi.
Spruzzi di glam in Public Animal no.9 su di un impasto degno di un rock ‘n’ roll da saloon, sempre su di giri, sempre ebbro d’energia. Gutter Cat vs The Jets (scritto da Buxton e Dunaway, braccio destro e sinistro di Alice Cooper) rappresenta un idea molto cool, perlomeno se si apprezza il duetto basso-organo, fatto di slang criminali da proibizionismo anni venti. Pirotecnico epilogo con Grand Finale, spaziale brano da odissea onirica che racchiude in sè una ricchezza sonora che dovrebbe convincere definitivamente gli scettici, che non hanno di meglio che ficcare il naso del rock d’alto borgo.

Non dimenticatevi che Alice Cooper ha fama di trasformista, di camaleontico animale da palco, questo disco né è la sacrosanta dimostrazione! Nulla è ciò come sembra, eppure quello a chi avete assisitito (e ascoltato!) è solo un grande, finto, esagerato spettacolo … è utile ribadirlo.

recensito da Gus
Gus heartofglass

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