PsychoCandy – The Jesus and Mary Chain

Voglio raccontarvi una storia.
Una storia sporca, cupa, che fa molto rumore.
La storia della migliore band degli anni ottanta: The Jesus and Mary Chain.
Vacanza-Studio a Londra, estate 1986. Avevo il biglietto per lo show al Kilburn e qualcosa della band scozzese, che solo qualche mese prima si era resa protagonista di un live finito a bottigliate al Polytechnic: una scena molto punk ’77. Era il 1985 e PsychoCandy era uscito da pochissimo, lo show che vidi fu deludente sotto certi aspetti e forse ai miei occhi di diciottenne sembrava troppo concettuale e retrò: solo dopo qualche anno ho capito la forza espressiva della musica minimalista dei fratelli Reid.
Vestiti di nero, li immaginavo come una copia stilizzata dei Velvet Underground, occhiali neri e un rumore essenziale (e forse esistenziale!) che pervase la sala per tutti i 30 minuti di quello spettacolo. Tutto sembrava meccanico, quasi dovuto; mancava la teatralità, l’intrattenimento, ma dai The Jesus and Mary Chain, ed in generale dalla metà degli anni ottanta, non potevi aspettarti di più!

La loro musica era intrisa di catrame denso e nauseante, raccoglievano il nichilismo di Lou Reed e lo scioglievano in rumori feedback ed in cornicette di chitarra che speravano di evocare la solitudine di Syd Barrett: la stessa disillusione, lo stesso straniamento, lo stesso non-sense.
Geniali, erano la risposta al post-punk che a Londra aveva fondamentalmente fallito in pochissimi mesi. Istrionici ed egocentrici si presentavano spogli di messaggi da lanciare, non erano i paladini del humor-nero, non volevano essere dark, né tantomeno truccarsi come dei morti viventi. Imperfetti, questo è l’aggettivo che li si addice di più. Le band indie di oggi sono in grosso debito!

PsychoCandy - The Jesus and Mary ChainThe Living End è il manifesto più bello della musica dei Mary Chain, ronzante, petulante, oscura, acida quel tanto che basta: in 2 minuti i timpani gridano aiuto! Nessun sollievo per un rock minimale che non vuole essere paragonato a niente; peccaminosi i paralleli con i laconici The Smith o con il melodramma alla The Cure. La Vox pentagonale di Jim Reid e la semiacustica di William Reid hanno la stessa forza di una motosega agonizzante, togliendo la lucentezza ad un pop che a tratti sembra essere in preda ad un overdose letale. Just Like Honey è una ballata secca e deviata dai ritmi lenti e corrosivi, altro diamante grezzo di questo fondamentale album, che annichilisce ogni emozione positiva o negativa che sia. Sono pragmatici i The Jesus and the Mary Chain con Taste the Floor, nevrotica ed analgesica nelle sue distorsioni prolungate e costanti, nel quale una certa melodia cerca di farsi largo come un raggio di sole durante un temporale dai nembi color cenere.
Un album da psicofarmaci, confermato dal pop ubriaco di The Hardest Walk e dal rumore fracassa-decibel di In a Hole. Alla batteria un giovane Bobby Gillespie (frontman dei futuri, fin troppo chimici, Primal Scream) imprime un tempo ipnotico ad ogni brano, come del resto il sibilo pesante del basso di Douglas Hart. I soliti tre accordi prolungati per ogni brano, sovrastati da una dose sempre eccessiva di feed, fanno della chitarra di William Reid un arma da fuoco feroce e pericolosa, e non fa che confermare come i ragazzi non vogliano perdersi in assoli patinati.
Intimi ed emozionanti nel pop subacqueo di Sowing Seeds o dell’anfetaminica Some Candy Talking, ove finalmente si possono apprezzare le sei corde nella loro nudità.
My Little Underground suona come un bel tributo costipato, un atmosfera artificiale che sa di morfina; You Trip me up alza ancora di più i volumi, e se possibile la voce di Reid diventa un lieve eco sinistro da metastasi. Pop sottovuoto che si dilata in 4 minuti (un record per questo disco dalle fattezze punk!) in Something Wrong, nel quale si scorge la catatonica malinconia di una band che prolifera nell’oscurità.

Forse 24 anni fa non apprezzai appieno quel concerto al Kilburn, ma la provocazione celata (forse mica tanto celata!) e l’humour macabro da eroinomani dei The Jesus and Mary Chain non l’ho mai più rivisto su di un palco live!
Inarrivabili, anche fra cent’anni!
Quando negli anni ’80 tutti usavano ed abusavano delle tastiere, i Jesus and Mary Chain tirarono fuori di nuovo le chitarre. E fu rumore!
I Sommi Maestri del rumore, l’ album definitivo!

 

recensito da Gus
Gus heartofglass

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