OK Computer – Radiohead

Pianeta Radiohead. Questo in parte già solidifica l’attenzione verso un album tra i più importanti della seconda metà degli anni ’90 e nel quale convivono inquietudini e presentimenti di lucida lungimiranza. Pionieri i Radiohead, argonauti che abbandonano la madrepatria invaghita di brit-pop alla ricerca del vello d’oro, sottoforma di attenta innovazione. Grati alla tecnologia per le nuove frontiere artistiche che può regalare, parsimoniosi e concreti nell’addensare di significati il loro pop-virtuale inumidito da sfrenate allusioni rock.

Ok Computer -  RadioheadOK Computer è un disco rarefatto, colmo di alienazione ed inquietudine, come non si vedeva (pardon, ascoltava!) da molto tempo. Tom Yorke aveva già fatto intravedere questa confusa lucidità con capolavori come Creep e Street Spirit, ma senza soluzione di continuità in album, i primi due, fondamentalmente acerbi o non del tutto completi. La quadratura del disco (eh, eh, eh …) in questo caso è perfetta, quasi come un monolite dei Pink Floyd, capace di coniugare sperimentazioni non troppo servili a contenuti interiori mordaci e viscerali. Nell’aria aleggia come una nube iridescente alla maniera del Bitches Brew di Miles Davis, ma quello che sovrasta sopra tutto è l’agglomerato pop-rock emozionale, che paradossalmente sembra cantato ed interpretato senz’ anima. La chiave di lettura (o una delle molteplici) è il rapporto uomo-macchina, o meglio il modo nel quale l’individuo si aliena nei confronti della tecnologia. E caspita, nel 1997 questo è un fenomeno a cui pochi fanno caso: i cellulari sono ancora delle mini-radio militari, internet è un mezzo non così a buon mercato come oggi, e tutte quelle cazzatine naif come bluetooth, wireless e i-phone sono solo ipotesi fantasiose. Un album che ascoltato oggi, a più di diec’anni di distanza sembra quasi profetico, solo che nessuno lo ha capito: le macchine hanno vinto!

Yorke annuncia la sconfitta apocalittica dei sentimenti, la celebrazione del materialismo marcato nuovo millennio, la mercificazione dei rapporti tra le persone (aggiungi o cancella le tue amicizie dai social networks!). Paranoid Android parla proprio di questo, una freddezza ed un nichilismo a fin di bene che nell’eccellente videoclip che promuove il singolo si coglie appieno. Il brano rappresenta da solo un concept in quattro parti, nel quale viene ben distribuito un pop intimo e secco ed ove si inserisce la chitarra isterica di Jonny Greenwood maltrattata come non mai. Nella fantomatica terza parte la malinconia riprende il sopravvento con maggiore enfasi: una componente umana e languida, che grossomodo si ripete anche in altre tracce. Finale pirotecnico, come graffiare una lavagna con le unghie: questi sono i migliori Radiohead di sempre!

Airbag si tiene stretto un onirismo che viene echeggiato anche nell’inzio di Subterranean Homesick Alien: caro Dylan, i tempi sono cambiati, non è più il blues o il folk a regalarci un appiglio di salvezza. Yorke porta la sua alienazione all’infinito esponenziale, auspicando un rapimento alieno! Non di meno come in altre epoche (vedasi il punk dei Ramones!), il senso di non-appartenenza, l’isolamento, la diversità, una “società” che corre e vive ad una velocità spasmodica rispetto al singolo individuo, la claustrofobia della globalizzazione, la voglia (neanche troppo mascherata) di spegnere la luce: voglia di solitudine, dopotutto!
I Radiohead sono gli ultimi umani in un mondo di droni compiacenti, sicuri di sè, ma coscienti di nulla; il filtro della felicità è una stringa di zeri ed uno, è un codice letto solo dai computer, le emozioni sono evaporate: Fitter Happier è molto più di un intermezzo.
Karmapolice rappresenta la pillola suicida dell’ultimo uomo, un atto di non-violenza rivisitato in epoca digitale: meraviglioso il concetto karmico espresso in questo brano. Una rivolta che non ha le tinte rosso fuoco dell’hardcore di San Francisco, ha i colori spenti di una sconfitta solo sussurrata, una sorta di tranello per i “nemici”. Anche in questo caso la semplicità del videoclip è imbarazzante e lucidissima: il vecchio stremato inseguito dall’ ”auto-civetta”,  da preda si trasforma in un giustiziere senza peccato!

Electioneering e la mielina di Lucky riprendono quello che era il pop-aggressivo di The Bends e lo ristrutturano con le giuste dosi di rock e di elettronica: un groove dal sapore retrò ma tremendamente attuale. Atmosfere cupe ed ambient per Climbing up the walls, un angusta ballata per menti devastate, molto trip-pop.
Con No surprises il sottoscritto faceva addormentare la propria figlia quando non ne voleva sapere di dormire: una ninna-nanna nichilista che mette i brividi. Ispirata ai Beach Boys di Wouldn’t it be nice, esemplifica uno dei messaggi dell’album alla maniera di Street Spirit, un mondo nuclearizzato e monocromatico nel quale l’automatismo cancella ogni emozione. Nessuna sorpresa quindi: il languore cresce nel cuore ed i Radiohead sono dei maestri in questa materia. Eppure una speranza ventilata c’è … tocca a voi scoprirla !

recensito da Gus
Gus heartofglass

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