Nulla si può controllare – Twang

Essere schietti, senza forzatamente costringersi alla provocazione: sembra essere questo il motto silenzioso dei torinesi Twang, che esordiscono -con buone soddisfazioni di critica- quest’estate con un ep, Nulla si può controllare, dalle movenze rock ma senza accantonare una sincera passione blueseggiante, il tutto eludendo qualsiasi anacronismo o refuso musicale. Cinque ragazzotti che oltre alle chitarre ed a una sezione ritmica muscolosa, inseriscono gustose parentesi di fiati (più precisamente il flauto, e la rapida associazione a Ian Anderson, vien da sé) e di tastiere, che non solo riempiono un bouquet sonoro già abbastanza delineato, ma immettono quel grammo di imprevedibilità che non guasta mai, lasciando sotto la lingua dell’ascoltatore un retrogusto seventies davvero godibile, nonostante la giovane età della band.
Le buone lodi raccolte nei vari contest locali, porta i Twang a confrontarsi con un pubblico musicalmente più adulto, ottenendo al “Senza Etichetta” del maggio 2017 la vittoria come miglior gruppo, sotto lo sguardo fisso di Mogol presidente di giuria. Soddisfazioni che non possono far altro che incoraggiare i Twang nel proseguire con sempre più ostinazione la propria strada musicale, fatta sì di un rock secco e combattivo, eppure così dinamico specie in alcune improvvisazioni libere, stese su di un lenzuolo musicale ben definito, ove le varianti rockeggianti (dal prog più leggero alla ruvidezza dello stoner) sono minimali, ma molto ben studiate. Sorprende e spicca su tutti la capacità di “riempire” ogni spazio, sovrapponendo strati su strati di suono, ottenendo una amalgama precisa e ragionevolmente definita. Pensato e sviluppato come un mini-concept, Nulla si può controllare si scaglia con educazione e fermezza contro i massimi sistemi della civiltà moderna, delineando con intelligenza (e mai di pancia!) le contraddizioni umane quotidiane ed un divario in esponenziale crescita (sia emotivo che materiale) tra le persone. Se il tema è abusato un po’ da tutti, è innegabile la freschezza della proposta dei Twang, che con metafore azzeccate (ed un ottimo supporto melodico) riescono ad amplificare l’enfasi delle parole, scivolando in coinvolgenti chorus dal grande impatto mnemonico.

Camuffato da ubriacante stoner, Neanche un colpo è un elegante j-accuse verso quei speculatori emotivi che proliferano tra i media ed i social, trovando -tra riff accecanti e movenze feline di basso- un groove iridescente nel quale è impossibile non citare la dinamica seventies delle chitarre e l’impazienza entusiastica delle percussioni. Abili nel mettere in musica versi immediati e semplici, i Twang battono la strada della metafora animale, in un parallelo efficace all’interno di questo piccolo concept: ecco che La Legge del più forte offre loro la possibilità di spaziare musicalmente (la posso immaginare dilatata almeno del doppio in dimensione live) in un ammiccante mezzo blues (d’ispirazione doorsiana periodo L.A. Woman), che non può trovare che un plauso per il coraggio e l’autorevolezza col quale viene suonato: la parentesi di flauto è un puro godimento di endorfine!
L’attrazione per il rock ‘n’ roll non viene mascherata dai Twang in Sotto Assedio, che giocando a colpi di stop&go soffiano con entusiasmo sulle corde di un enfasi spericolata e ballabile (siamo quasi al limite di un furioso rockabilly); mentre nella conclusiva Maschera, il quintetto si addentra in un’oscura foresta sonica, ove sospensioni e lividi fraseggi di basso e chitarra, investono l’ascoltatore di un’energia cruda e misteriosa, che implode in un finale crescente, pomposo ed sensualmente ipnotico.

Esordio coraggioso per i Twang, sia per la scelta del genere (ispiratissimo, ma lontano anni luce dal mainstream) sia per la ricchezza dei contenuti ed il tono delle liriche, che non cercano immagini facili da ricreare al pubblico, ma che impongono quell’ascolto più sottile ed attento. Nulla si può controllare non può che essere il punto di partenza per un futuro (spero!) long-playing, ove non mancheranno certamente testi taglienti, chitarre sinuose e ritmiche blueseggianti, alzando nuovamente l’asticella verso una musica sincera, che non ha bisogno del ritornello orecchiabile, per convincere quei palati che non si fanno corrompere da un tormentone.

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recensito da Poisonheart

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