L’Uomo sul Ghiaccio – MoloChora

Da Perugia ecco fare capolino un progetto originale nella forma e cantautorale nella sostanza: i MoloChora prendono la natura selvaggia dell’uomo e ci costruiscono sopra un disco concettuale, fatto di sfumature glaciali e di quei grandi freddi che stanno tra le trame nascoste dei cuori.
L’apologia della solitudine diventa un pretesto per snocciolarne la storia e la propria evoluzione nel tempo; L’Uomo sul Ghiaccio è quindi un documento fatto di impeti e di urgenze, ove la sacralità della musica viene messa al servizio di un ragionamento che vuole cercare risposte lontane a quelle solite domande quotidiane a cui nessuno vuole mai soffermarsi. Il lato selvaggio ed istintivo dell’uomo è rappresentato con tinte piuttosto violente e tribali; un cantato atipico e senza melodia volteggia come tanti piccoli monologhi, attraverso grumi sonori minimali e languidi, ma in cui è possibile notare chiaroscuri piuttosto eccentrici e slogan poetici di effimera bellezza. Alla base del progetto MoloChora ci sono i testi di Giuseppe Brancati e Massimiliano Cicenia e l’elettronica stratificata di Alessandro Fiordelmondo, capace -anche grazie ad una buona produzione- di mettere d’accordo le due anime filosofiche del trio. Se l’idea di mettere in musica un’epopea storica sull’isolamento dell’uomo nei confronti del mondo circostante, balenava già da tempo, è solo con l’entrata di Fiordelmondo che i versi trovano la loro ragione melodica e quella ritmica pressante che rende questo disco tenebroso ed intriso dal primo istante di una tensione che lo rende tanto etereo, quanto profondo.

Molochora L'uomo sul ghiaccioFigura centrale per comprendere L’Uomo sul Ghiaccio, è certamente quella mitologica del dio Moloch, e della concettuale del sacrificio umano compiuto ad esso; tuttavia non siamo dinanzi ad esperimenti esoterici di mediocre divinizzazione, piuttosto i MoloChora si servono della metafora della cieca devozione per spiegare le mille lotte interiori dell’uomo, dalla più bieca e mortale paura al brillante assolutismo. Trovare nella storia risposte alle domande del presente è certamente un esercizio difficile e forse poco commercialmente appetibile, tuttavia nella musica dei MoloChora risiede quella bellezza per la verità e per la ricerca che è tanto appagante quanto lontana dai canoni radiofonici. Sette tracce stese su di un tessuto melodico nel quale arpeggi di chitarra ed effetti digitali si fondono e si scontrano, generando un’energia primitiva ed evocativa. Dopo un preludio soffuso e nebbioso, ecco che La tua morte è commerciale è il punto di partenza per un viaggio mistico e sonoro che ci porta con la mente a mondi lontanissimi. L’algida forma dei synth e la calda matassa della chitarra si mettono al servizio di una parlata impastata e roca che con piglio teatrale evoca sensazioni secche e rabbiose, mentre una cantilena messianica ci ricorda che «Il tempo fugge sai, e tu che fai?». Nell’evoluzione del brano ecco baleni tribali che giocano su un dinamismo sghembo, sempre sorprendente e pronto ai cambi di tempo.
La vena cantautorale è lampante (scuola genovese anni ’60, ma anche milanese), eppure più evidente è la sensazione di sconfitta e quel modo del tutto speciale di cantare de e per gli ultimi. Intermezzi sparsi qua e là pugnalano amare verità incontrovertibili, mentre quando i brani (vedi ad esempio Vai trivella) sembrano abbracciare melodie più sbarazzine, ecco che un cinismo soffuso invade la ritmica folk, evidenziando con liriche ermetiche le contraddizioni di una società contemporanea piuttosto dispotica. Ne Il passato i ritmi rallentano ulteriormente, mentre il costante soffio del vento (o della morte?) dilata le distanze ed inaridisce le emozioni creando un vuoto senza sostanza, e costringendo l’ascoltatore a confrontarsi con le parole del testo ed i relativi rimandi: «perché l’odio è soltanto l’amore messo allo specchio». La traccia di chiusura è un manifesto d’intenti, Chora è cupa e votata all’oblio emotivo, senza speranze a portata di mano o sintomi di una luce deifica in fondo al tunnel; i MoloChora disegnano prospettive apocalittiche, ma senza il gusto del disfattismo o del mero pessimismo, il loro è un messaggio che deve costringere alla riflessione, come unico atto possibile per comprendere la staticità di questo presente. L’Uomo sul Ghiaccio è certamente uno dei dischi più neri e minimali che mi sia capitato di ascoltare, ma anche per questo motivo è un lavoro che vale la pena di conoscere e di cercare di capire … il freddo non è mai stato tanto riflessivo!

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recensito da Poisonheart

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