L’ultimo giorno d’inverno – Belzer

Gus è tornato, perso come un nottambulo in qualche stanza-labirinto e con il bicchiere perennemente vuoto. C’est la vie, credo! Veniamo alle cose serie va … Quando sullo schermo del mio malandato portatile è comparsa la rilassante cover-art di questo album dei Belzer, ho capito subito di cosa si trattava, d’altro canto uno non ha 40 anni per niente!  Fiuto è fiuto! Ed eccolo servito su di un piatto d’argento (senza la testa del Battista!), L’ultimo giorno d’inverno, un delicato rock-pop dalle melodie pacate, con buoni chorus e buone armonie. Poi la mia attenzione si è concentrata su quei nebbiosi decadenti studi genovesi di mia conoscenza; sobbalzato dalla sedia e aggrottando le ciglia: “Caaaaaaspita!” (mi hanno detto che in questo sito non si possono dire parolacce, ecco il motivo delle tante ‘a’!!). Da qui ho dedotto che questi Belzer non sono proprio gli ultimi arrivati, compiaciuto, il mio ascolto si è fatto più lucido e attento, anche grazie ad una buona sigaretta! Direi che accantonata Yuyin, nient’altro che una cornicetta chill-out-acustico in bella calligrafia, mi concentro sul succo tardo-estivo di La pioggia, nostalgica ballata dalle discrete intenzioni che si avvale di un ritornello radiofonico che mi fa esclamare “Yes, I like it”.
Le chitarre elettriche vengono a galla in Un rimedio: le intenzioni ci sono tutte, dai testi rassicuranti e dalla disperazione taciuta nel corroborante  «Non si resta soli al mondo mai!» (mica vero, io sono divorziato, ah ah ah!!!).

BelzerI Belzer sanno mettere in musica quelle languide, ma stupende, atmosfere da british-summer-rain. Il pop sentimentale dalle mille metafore di vita di L’Equilibrista, sa coniugare con arguzia, emozione e musica. Questa mi è piaciuta particolarmente nell’insieme, e pure per il testo, in cui non immedesimarsi è davvero difficile.
Musicalmente questa band da Genova è in debito nelle parti più aggressive della loro musica, ad alcune band che fecero capolino tra la fine del ’99 e l’inizio dello strampalato millennio cui stiamo vivendo. Mi riferisco a quell’evoluzione del brit-pop che non ha mai convinto del tutto il sottoscritto; tuttavia nel caso dei Belzer si riscontra un sostanziale allontanamento dal nucleo melodico-flaccido da camera tipico di Stereophonics, Placebo o Starsailor (Molko apparte, francamente indistinguibili!). Indaco è un brano che ha reminiscenze di questo tipo, ma come un lego da mille pezzi, la band sa completare una canzone altrimenti anonima con riff e semplici sfaccettature sonore alla maniera italiana, meno elaborati e più orecchiabili. Oltre che sinceri! Ascolto distratto per la tittle-track che richiama il pop d’autore di casa nostra di qualche anno fa: la sufficienza è assicurata! Copia-incolla lo stesso ragionamento per La bellezza e Come sempre: la musica è matura e non si perde in riferimenti infantili, come accade per molti emergenti che per attirare l’attenzione, si sbrodolano con lodi ed ingiurie verso questo e quello. Una consuetudine che in questo disco più volte si manifesta, e che per un nostalgico come me della buona musica, è senz’ombra di dubbio encomiabile.

Il mio ragionamento è semplice: prima si ascolta, poi si legge. E dal curriculum dei Belzer si evince non solo una partecipazione capillare ai più importanti festival estivi e non (ah, il buon caro Arezzo Wave!) ma anche concerti di supporto ad un certo Giorgio Canali  che in questo sito sia particolarmente apprezzato, almeno così mi pare di capire!
Non mi sono dimenticato dell’acustico di Estate, che se possibile, rimarca quello che è il lief-motiv del disco: un esaltazione della vita e la meraviglia delle cose semplici; tutti i momenti difficili rafforzano l’idea che i Belzer hanno dell’esistenza.
L’ultimo giorno d’inverno è un disco positivo più di una predica di un prete o un di santone … ed ora scusate ma è tempo di un caffè, poi semmai vado ad applicare le regole dei Belzer, per vedere se funzionano anche su di me! Io ci provo!

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recensito da Gus
 

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