Loveless – My Bloody Valentine

Suma maxima del rumore, connubio perfetto tra l’ideologia pop e la scarnificazione noise: Loveless dei My Bloody Valentine è (e credo sempre sarà) l’icona storica dello shoegaze, ed uno dei dischi più influenti degli anni ’90.
Un cenni obbligati di biografia narrano che i My Bloody Valentine nacquero nella prima metà degli anni ’80 a Dublino per mano ed idea del chitarrista Kevin Shields e del batterista Colm O’Ciosoig; nel corso del decennio la band pubblicò una sterminata schiera di ep (tra cui la fortunata Cigarette in your Bed contenuta in You Made Me Realise del 1986) miscelando uno shoegaze in gestazione con via via cenni di psichedelia, post-punk, noise ed un non scontato dark-rock. Appena la formazione ebbe una parvenza di stabilità, ovvero dal 1987 in poi, ecco che i My Bloody Valentine confezionarono due dischi fondamentali come Isn’t Anything (1989) ed appunto Loveless (1991), trovando nel basso di  Debbie Googe le trame morbide per arrotondare gli spigoli sonori più acuti, ed in Bilinda Butcher la voce sinuosa ed innocente da sacrificare al banchetto delle chitarre rumorose.

My Bloody Valentine - LovelessCapaci di elevare lo shoegaze come vera e propria religione, Kevin Shields e compagni affinarono strati e strati di suono, creando con sapienza e buon gusto livelli melodici e distorti che s’intersecassero naturalmente tra loro, facendo della modulazione e dell’effettistica a pedale un’ossessione maniacale (vedasi la pedalboard “chilometrica” dello stesso Shields). Il muro sonoro dei My Bloody Valentine diventa così il tratto distintivo di ogni produzione, mai banale e mai frettolosa nella sua evoluzione, macinando sottotraccia grumi di rumore e melodia pronte ad essere frullate e decomposte in una poltiglia disarmonica e malinconica, ma forte ed indistruttibile come l’acciaio. Il rumore sembra essere la cura all’alienazione giovanile anni ’90: se nei dintorni di Seattle i distorsori ed una fender jaguar acquamarina consegnarono agli ambienti mainstream il capolavoro Nevermind, nel Regno Unito tanti pedalini colorati ed una jaguar (o jazzmaster) fecondarono una élite di giovani e diversamente emarginati shoegazer. Facce simili di un disagio adolescenziale che non si era mai sopito dall’esplosione del punk e delle sue inaspettate metamorfosi, i My Bloody Valentine nello squisito gusto britannico impostano ballate pop (ed in alcuni casi pure, I Only Said, gradevoli giri melodici) su cui instaurare un regime di rumore come atto di disturbo e di protesta. Gli shoegazer difficilmente alzano la voce o si fanno sprezzanti in provocazioni sopra le righe, gli shoegazer fanno urlare le chitarre, fanno vibrare e fischiare gli amplificatori!

Mossi dall’onda graffiante degli strati di chitarra e da una batteria martellante, Only Shallow è forse la migliore rappresentazione del rumore (e dell’umore!) shieldsiano, specie quando i volumi si alzano e la sei corde inizia a stridere lungo un manto sonoro quasi onirico e narcolettico. La corposità del suono è confermata anche in pezzi storici come Loomer o To Here Knows When e quella sua aura smithiana nel quale gli archi (sì, gli archi!) ed i sospiri della Butcher  prendono forma di una misogina musica da camera. Nonostante sia stato registrato interamente in mono, Loveless mantiene una vivacità ed un dinamismo del tutto particolare, merito soprattutto dello stile chitarristico unico di Shields: solo così si può spiegare una ballata disarmante come la monumentale When you Sleep, nel quale il mentore abusa in maniera maniacale della leva del tremolo.
A detta di Kevin Shiedls, fu la stesura dei testi a occupare la maggior parte delle energie; se l’ermetismo lirico dei My Bloody Valentine è diventato quasi un must, è altrettanto funzionale ad un disco che prometteva di svuotare qualsiasi emozione, facendo probabilmente un procedimento simile a quello a cui veniva sottoposta la melodia. Come in Alone racchiude una sottomessa energia solitaria e contemplativa («Why I don’t need to believe / What you see to look up and around»), confermata nella lenta Sometimes, ove una dimensione acustica viene sporcata appena da un crunch livido e composto in sottofondo.
La chiusura del disco propone tre pezzi fedeli alla linea My Bloody Valentine: dai lunghi riverberi singhiozzanti di Blown a Wish, alla costipazione intransigente di What you want, passando per l’avveniristica Soon, una litania dalle percussioni elettroniche schizofreniche e da un mood mescalinico, quasi anfetaminico.

La rivoluzione shoegazer (pochi mesi prima uscì anche il fondamentale Just for a Day degli Slowdive, leggi qui) non invase il Regno Unito con la stessa potenza d’urto che quella musica portava in dote, la parentesi fu fugace ed illusoria, forse anche a causa della difficile gestazione del disco, che portò inesorabilmente i My Bloody Valentine a litigare con la Creation Records e poco dopo a sciogliere il contratto, rimanendo in silenzio per quasi 25 anni.
Loveless è la pietra miliare di un genere e soprattutto di uno stato d’animo! Lunga vita al rumore …

recensito da Gus
Gus heartofglass

 

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