Live Report: Cosmic Bloom @Biber Public House (Plugless Thursdays)

Un balzo indietro nel tempo in questo giovedì 23 novembre al Biber Public House: vestitevi larghi e colorati e non pettinatevi i capelli, per la terza puntata dei Plugless Thursdays, un nostalgico amarcord della summer of love lisergica e psichedelica con la Cosmic Bloom Band.
Collettivo dalle venature cosmopolite, il folk mistico del quartetto, nato nella Parigi etnica e multiculturale, riecheggia variopinto in una splendida dimensione acustica fatta di violente pennate ritmiche di chitarra, in leale duello con le soffuse arie del violino. Dalla ritmica scarna ed essenziale -eppure così ammaliante e diretta- la musica dei Cosmic Bloom trova la propria dimensione nelle trame di un folk anacronistico a piedi nudi, con decise velature armoniche ed un songwriting lucido ed ancorato tanto alla grigia quotidianità quanto alla ricerca di una serenità interiore. Versi e parole nate dalla penna di Manuel Baldassare (aka Jesus Manuel) in collaborazione con la violinista Emma Grace, si fondono in una melassa esoterica che tuttavia non offre banali illusioni ataviche di un dilettantesco peace&love, piuttosto gioca con i contrasti emotivi e sociali di una cultura moderna (ed occidentale) sempre più in contraddizione con le proprie distratte evoluzioni.
La discografia dei Cosmic Bloom è piuttosto nutrita, considerando che sono attivi solo dal 2013: dopo l’ottimo esordio di Soul Service legato ancora ai progetti solisti di Baldassare, le sonorità hanno assunto pose più riflessive ed amalgamate con Star of the East (2015), per abbracciare nel febbraio 2016 con One Second of the Universe un folk cantautorale che legasse la forza espressiva della parola con la sensibilità di arrangiamenti rotondi e liquidi.

Cosmic Bloom live@ Biber Public HouseQueste sono le premesse per una serata emozionante (e col senno di poi, movimentata!) per un affollato Biber Public House, tra giochi colorati di musica primitiva, così potente ed incisiva da catturare subito l’attenzione e la sensibilità di un pubblico certamente curioso. Con le veloci dita del bassista Victor Lazarus che impostano una ritmica asciutta eppure così movimentata e la hungry musicale di un indiavolato Jesus Manuel alla chitarra, le dinamiche riecheggiano in una base solida su cui il violino di Emma Grace scivola leggero ed allo stesso tempo graffiante. E’ una musica che nasce dalla strada e dall’improvvisazione, dall’odore del cemento cotto al sole e da quello etnico degli incensi e delle spezie, dai suoni tribali di una metropoli infinita, ove stili personali e generi si mischiano e si scontrano, svelando un’energia primigenia che nei concerti si può quasi toccare con mano. La vocalità pulita di Emma Grace dialoga tra estremi e contrasti accesi con i grugniti melodici di Jesus Manuel, che talvolta non sembra solo semplicemente cantare, ma addirittura recitare con spropositata enfasi i propri pezzi. Certamente la sua esperienza teatrale in quel di Parigi ha una benefica influenza, che si riscontra anche durante l’evoluzione dello stesso concerto: un pathos musicale crescente, quasi carnale, dai movimenti del corpo di un incontrollabile Manuel Jesus che suona la acustica come se fosse un’elettrica, agli iati sinuosi del violino. Snocciolati i brani di One Second of the Universe (su tutti la dinoccolata Undress my Name o la dilatata Temple), interessante è il momento in cui Emma Grace rimane sola sul palco, illuminata da una fioca luce biancastra, mentre l’armonia del suo violino sembra cavalcare le rapide di un flusso dal vago sentore di Yann Tiersen, ma che invece possiede un personale fascino oscuro ed una beauté eterea e zingara.
Dopo aver ripreso anche i momenti più intensi di Soul Service (dalla crepuscolare The Absent alla platonica Moon Scrape), il finale del live ospita direttamente da Pipapop Records, la chitarra di Capitano Merletti ed il violino di Dnezzar, giocando d’improvvisazione in una lunga e velvetina jam-session sui brani dei Cosmic Bloom. Uno sciamanico Jesus Manuel guida un pubblico letteralmente ipnotizzato, mentre “posseduto” percuote un grande tamburo sulla cui tela s’irradiano le sottili arterie di uno scarlatto cuore musicale pulsante (che poi di riflesso omaggia lo scarno beating di Maureen Tucker). E’ l’apice di un comune viaggio musicale e spirituale, che per poco meno di due ore ha emancipato i presenti dal peso di una quotidianità rutilante e schematizzata: una micro-ricerca interiore, che forse si perderà nella notte novembrina, ma che ha probabilmente lasciato la sua impronta in qualche angolo dell’anima.
C’è poco altro da dire, solo piccoli tesori ai Plugless Thursdays del Biber Public House.

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La Firma: Poisonheart

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