Little Dark Age – MGMT

Parlando di MGMT, molti saranno sicuramente rimasti ancora alle frizzanti melodie psych-indie di Time to Pretend, nel frattempo il duo VanWyngarden-Goldwasser ha consolidato -con alterne fortune- la loro ricerca sonora abbandonando con sofferto distacco i seventies ed approdando a piccoli ed incerti passi vero il decennio successivo. Se Congratulations (2010) -e la sua grande onda psichedelica ispirata a Hokusai- aveva approfondito e sviluppato con maggiore autonomia quello che avevamo apprezzato nel lato B di Oracular Spectacular (leggi recensione), il successivo self-titled del 2013 non aveva incuriosito più di tanto la critica musicale -nonostante la non disprezzabile Alien Days– condannando dei poco ispirati MGMT ad una inesorabile discesa nell’anonimato e nel “non discograficamente necessario“.
Little Dark Age - MGMTUna sorta di rinascita -per molti, del tutto inattesa- arriva con Little Dark Age, puntando con maggior vigore sulle certezze che avevano reso così interessante il loro esordio: l’immancabile Dave Fridmann (il “terzo” MGMT) alla produzione ed un ritrovato istinto radiofonico annegato in un groove felino ispirato al tardo euro-pop seventies. Una cupola sonora ovattata e claustrofobica attratta dalla decadenza berlinese di Low, in cui sono riconoscibili briciole ed impronte sparse di un Brian Eno anacronistico (già omaggiato con un brano in Congratulations). Dieci ermetici brani che ballano su una vivacità genuina, eppure sottopelle vagamente deviata da uno spleen disinvolto e disilluso, che sboccia in melodie synth cupe, bozzetti kraut minimali, linee cavernose e dilatate nel tempo.
Eppure accanto a questa ritrovata ispirazione s’insinuano le spallate elettro-pop di Patrick Wimberly (Chairlift) che affianca Fridman all’engineering -ben udibile nella nenia nostalgica di Me and Michael-,  di qualche fresco e ben piazzato featuring (Ariel Pink e Connan Mockasin nella gommosa When you Die), che -qualora ce ne fosse bisogno- smorzano la sottile tensione del disco.

Little Dark Age gode di una discreta dote di euro-pop ballabile e liricamente orecchiabile (azzeccatissima “Time spent looking at my phone“, ovvero TSLAMP), diluito però con grande sapienza (il giro di chitarra gitana è la mosca dipinta da Giotto sulla tela del maestro Cimabue) e reso più semplicistico rispetto alla barocca provocazione degli Arcade Fire con Everything Now.
La pasta sembra essere quella di un indie-pop evoluto verso atavici lidi synth-pop provenienti da una wave nostalgica ed allo stesso tempo conscia delle proprie avanguardie digitali; eppure archiviato con stupore il pinball sonoro di She Works Out too Much, durante l’ascolto si paventano quelle morbide ellissi alla Eno (dapprima sottilmente in James, poi più marcate in Days That Got Away); scivolando verso una sinistra cupezza tenuta sotto controllo da versi goliardici che inneggiano ad una provocatoria “età scura” rilasciata a piccole dosi tra la claustrofobia di When you’re Small e le barocche onde di Hand it Over.

Little Dark Age (e la sua perfetta title-track) sono forse lo sforzo migliore e più credibile dei MGMT, che senza ripudiare il loro psych-indie, si gettano nella bagarre de “i synth a tutti i costi” e ne escono vincenti e soprattutto -come mai prima d’ora- convincenti. Le riserve che ancora aleggiano sopra le teste del duo VanWyngarden-Goldwasser sono perlopiù quelle di una spocchiosa critica che vede ancora i due giovanotti come quelli del pop lisergico di Kids; quando in realtà sarebbe più semplice ammettere che siamo dinanzi -sia musicalmente che nei contenuti- ad un gran bel disco!

I grieve in stereo
The stereo sounds strange
You know that if it hides
It doesn’t go away
If I get out of bed
You’ll see me standing all alone
Horrified
On the stage
My little dark age

recensito da Poisonheart

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