Last Splash – The Breeders

Last Splash inequivocabilmente nasce dalle ceneri dei Pixies nel loro momento più splendente (Surfer Rosa (leggi recensione) / Doolittle), ispirato soprattutto dalla profonda volontà di Kim Deal di emergere ed artisticamente sopravvivere a Black Francis: azzeccando con The Breeders le tempistiche, mantenendo un approccio lo-fi, per quello che è stato il periodo più florido per l’independent femminile.
Last Splash - The BreedersNato inizialmente come progetto parallelo assieme a Tanya Donnelly (Throwing Muses), le Breeders resistono alla pubblicazione dell’acerbo ma entusiastico esordio Pod (1989) registrato da Steve Albini; eppure solo grazie al deflagrare dei rapporti tra Francis e la Deal -con quest’ultima messa alla porta-, il progetto diventa finalmente stabile.
Completati da Jim MacPherson alla batteria e Josephine Wiggs al basso, viene arruolata pure la sorella gemella di Kim Deal, Kelley, che di fatto prenderà il posto della Donnelly in uscita. Segnato il territorio e preso le redini della nuova band, Kim Deal è finalmente libera di comporre senza pressioni o restrizioni, dando così alla luce prima l’ep Safari (1992) e successivamente all’lp Last Splash (1993).
La militanza nei Pixies emerge silenziosamente: già dall’iniziale New Year, o nell’heavy-rotation Cannonball, si snocciolano ballate acide e sinistre, con un’andatura di chitarra acustica di sottofondo smorzata da pennellate di feedback e distorsioni. La freschezza e l’entusiasmo inziali non solo svelano (qualora ce ne fosse bisogno!) il talento compositivo di Kim Deal, ma al contempo strizzano l’occhio ad un mainstream alternativo che pareva (vanamente) serpeggiare libero per il mercato discografico statunitense. Più di una meteora one-shot, Cannonball porta ad un’educata ribalta le Breeders, che dalla manica posso sventagliare altre ballate di agrodolce energia: dall’appiccicosa Invisible Man, alla cupezza cobalto di Roi (e del suo finale reprise).
Nonostante dopo 15 tracce si denoti una certa ripetitività stilistica, la nenia di Drivin’ on 9 (cover di Dom Leone & Steve Hickoff) ad esempio, Last Splash ricalca il bubblegum seventies (fantastica la strumentale Flipside), lo rallenta melodicamente e ci attacca su qualche bel ritornello (No Aloha e Divine Hammer) suonando fresco, entusiastico e sfacciatamente lo-fi.

Seppur con qualche incespicare nel calderone pop-rock (la partecipazione al Lollapalooza del 1994 ne rappresenta l’apice), Last Splash svela il sorprendente atteggiamento della Deal -non così dissimile a quello di Francis Black nei Pixies- verso il progetto Breeders, scrivendo e -probabilmente inconsciamente- orientando con decisione lo stile del gruppo verso un lo-fi (certificato anche da collaborazioni “illustri” come quelle di Lou Barlow e Kim Gordon) al femminile con inclinazioni pop. Dispotismo perdonabile, specie se il risultato sono ballate come Saints o Hag impregnate di una leggerezza agrodolce e disillusa, caratteristiche che tuttavia quelle -seppur ottime- dei Pixies non possedevano.

recensito da Poisonheart

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