Jeopardy – The Sound

Ogni epoca ha il proprio disco sottovalutato e dimenticato: gli anni ottanta hanno sicuramente tra gli omissis il capolavoro post-punk Jeopardy dei cosiddetti “normali” The Sound.
Nati a South-London per mano di Adrian Borland, il quartetto composto dal basso livido di Graham Bailey, dalle tastiere di Belinda Marshall e dalla percussioni di Michael Dudley, miscela una pozione post-punk rarefatta, con contaminazioni purissime e personalizzate che toccano dalla dark-wave alla psichedelia più folle e controcorrente. Il cruccio dei Sound è sicuramente da ricercare nel misticismo della loro musica secca e diretta, e nella serietà della proposta musicale e del proprio leader e cantante Adrian Borland: niente trucchi o virate gotiche, niente eclettismi dandy, nessuna disperazione epilettica.
Jeopardy - The SoundJeopardy esce per la Korova Records e non trova quel successo commerciale che la stessa etichetta aveva trovato con i “cugini” Echo & the Bunnymen, l’approccio dei Sound non tocca corde radiofoniche, anzi prosegue per il proprio sentiero artistico fatto di una musica controcorrente che per certi versi anticipa i tempi (di almeno quindic’anni, però … chiedere ad Interpol e simili!). I Can’t Escape Myself è una sorta di testamento artistico anticipato «I’m sick and I’m tired of reasoning; Just want to break out shake off this skin», intriso di un rutilante post-punk che pulsa e si muove come un ossesso, mentre il ritornello viene lanciato a tutta velocità. Heartland invece è un’esplosione di tastiere mentre la sezione ritmica tiene un tempo punkeggiante nostalgico, l’approccio è più pop, senza tuttavia rinunciare alla tensione di una teenage angst anticipata. L’influenza di Manchester tocca anche i Sound, e Hour of Need potrebbe benissimo appartenere alla discografia postuma dei Joy Division, fatto salvo per le distorsioni di chitarra che s’assopiscono lungo un manto di synth echeggianti.
Missiles e Heyday sono perle minimali che racchiudono entro di esse un’energia intestina e disperata, così se la prima si concede una qualche forma funkeggiante, la successiva si evolve su un mid-tempo frenetico fatto di tastiere che volteggiano in un rockabilly modificato geneticamente. L’eco darkeggiante si insinua nella title-track maculata nella sua andatura di basso e chitarra, mentre Night Versus Day dilata sonorità modulate verso un cantato parlato molto intimo ed oscuro, l’incrocio di questi due approcci è da brivido, rimarcato nei versi: «Between night and day is gone / Between shifting sea and firm ground / Between savage and civilisation».
Resistance ripropone quella cascata sonora ben ritmata e coinvolgente che sembra fare da traino all’intero Jeopardy, il basso passeggia lungo le distorsioni di chitarra e le sviolinate di synth, il tutto racchiuso in uno scrigno di due minuti e spiccioli.  Avanguardie sperimentali si possono raccogliere nelle spoglie di Desire, retta solo da un basso acrilico e dalla teatralità normale di Borland, che senza trucchi cerca di penetrare dentro le insicurezze della propria generazione, in una nenia compressa in cerca di risposte: «We will wait / For the night / We will wait / For desire».

Jeopardy non venne compreso dai contemporanei, come accade per molti altri dischi interessanti della prima metà degli anni ’80; eppure in questo esordio dei Sound vi è una tacita disperazione che non accetta i colori sgargianti del post-punk allegorico, né tanto meno vuole insinuarsi nella nuove forme musicali che presto verranno definite wave con qualche prefisso davanti! Lo strano essere al posto giusto nel periodo sbagliato non ha giovato alla salute artistica dei Sound, né a quella più depressa di Adrian Borland, nemmeno dopo il crepuscolare From the Lions Mouth (1981). La triste parabola discendente verso l’anonimato ebbe il suo tragico epilogo nei binari della Wimbledon Station in una primavera del 1999, ove il corpo di Borland decise di immolarsi senza troppo entusiasmo.
Per favore, riscoprite questo capolavoro anni ottanta, e forse capirete qualcosa di più della musica odierna che tanto amate …

recensito da Gus
Gus heartofglass

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