Ivy Tripp – Waxahatchee

Da uno degli stati sudisti per antonomasia, l’Alabama, nasce e prospera il progetto Waxahatchee che ruota attorno alla figura di Katie Crutchfield, songwriter acuta ed empatica, che nel corso della sua (finora breve) carriera ha saputo inanellare una serie di album incredibili per profondità di composizione.

Amatissima dai nostalgici anni ’90 (tra cui ci sono pure io), snobbata invece da chi cerca nuove emozioni dall’indie più elaborato, Waxahatchee è sempre rimasta molto coerente: una musica di formazione, nel quale la crescita personale ed emotiva ricopre un ruolo fondamentale. Il cantato innocente e graffiante prende quello che può dall’indie femminile di metà anni ’90 (qualche debito con Kim Deal non appare forzato), eppure nella sua forma-canzone sempre molto intima troviamo sempre spunti molto interessanti. Se musicalmente non assistiamo a voli di incredibile originalità o innovazione, è la costruzione del disco che convince poiché mantiene una linearità che spesso è difficile da trovare in dischi così lontani dal mainstream.

Ivy Tripp - WaxahatcheeIl trittico inizia da American Weekend (2012) e prosegue con Cerulean Salt (2013), due dischi molto legati tra loro, in quanto quello che lascia in sospeso il primo (lo-fi esasperato) viene completato dal secondo (evoluzione verso forme meno grezze). È con Ivy Tripp che inizia un percorso nuovo (cambio anche di label per Katie Crutchfield, ora con la Merge Records), che mantiene intatto però l’intimismo che contraddistingue la sua scrittura. Il disco è un omaggio ad un amico di Katie scomparso durante la realizzazione del disco (la “p” in eccesso in Trip è dedicata a lui), tuttavia non c’è il sapore amaro del commiato, anzi la tristezza ed il dolore vengono elaborati in maniera costruttiva. Se ad esempio Cerulean Salt rappresentava la perdita dell’innocenza nel cammino della crescita, in Ivy Tripp arriva la consapevolezza dell’adulto proiettata verso un futuro di difficile decifrazione.
Poison è uno dei brani che meglio indicano come approcciarsi al disco, “Travel the world ivy tripping / With no spotlight” è il tema del viaggio (e della vita) e di come viverlo con consapevolezza, il tutto immerso in atmosfere da ballata nostalgica classe 1990. In La Loose è lo scarno motivetto d’organo che regge una spensieratezza seria che ricorda qualche lavoro solista di Rose Melberg; mentre a livello compositivo assistiamo ad una sorta di atteggiamento di sospensione (o di non decisione) come se, durante questo cammino, non fosse ancora giusto il momento di annunciare quale sarà la strada giusta da intraprendere (And I’ll try to preserve the routine / And I don’t want to discuss what it means / And you’re the only one I want watching me).

L’approccio ai brani cambia durante l’ascolto di Ivy Tripp; e se all’inizio permane una certa religiosità (anche nelle scarne melodie, spesso mosse da organi o effetti di sottofondo) ed introspezione, nel corso dei minuti gli occhi di Waxahatchee oltrepassano l’orizzonte ponendosi come periscopi per osservare cosa succede esternamente. Air descrive i lenti respiri di una relazione amorosa al capolinea (It fogged up again / My spotless exit /So we walked two-by-two / With tedious intent), mentre in The Dirt (ascolta l’intro omaggio ai Vaselines di Eugen Kelly) è l’ipocrisia che trova la sua dimensione da protagonista (If I fill you with fiction that won’t hurt / Will you eat up my words with the dirt?).
Interessante è < che racchiude in sé quel cinismo lucido che non t’aspetti (You’re less than me and I am nothing) coltivato su un motivo lento e ripetitivo che evidenzia ancora di più il vuoto emotivo cantato nel brano; Summer of Love è invece la classica ballad agrodolce che spegne subito le velleità del titolo, poiché è l’ultimo fulgido sguardo indietro di Waxahatchee (The summer of love is a photo of us) prima di proseguire il cammino.

Ivy Tripp potrebbe benissimo appartenere all’indie-rock di vent’anni fa, e non solo per come suona puro ed incontaminato (anche la cover-art non scherza con il vintage anni ’90), ma soprattutto per come comunica al pubblico senza troppe complicazioni, senza troppi fronzoli artistici. Un disco che potrebbe apparire troppo lineare, ma che invece marca con autorevolezza la propria dimensione solida sia musicalmente che nei testi.

recensito da RamonaRamone
M_Ramona Ramone

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