Intervista a Bottegasonora: l’elettronica dalle radici folk !

Bottegasonora >>> Black Sheep Electro Music leggi la recensione

Cosa significa per te sperimentare con la musica? Da che bisogno nasce, come si evolve (penso al tuo Black Sheep Electro Music, intriso di influenze così diverse tra loro) e quant’è difficile metterle insieme queste influenze?
A dire il vero io non mi considero affatto uno sperimentatore. La ricerca musicale, specie nel campo della musica elettroacustica, arriva a tali livelli di astrazione che può interessarmi come ascoltatore, ma non come autore. Voglio dire che un brano di Stockhausen richiede pazienza e comprensione delle tecniche che lo hanno prodotto e l’ascolto diventa quasi uno studio. Siamo ben al di là dell’intrattenimento. Io invece sono – e ci tengo ad esserlo – un autore di musica popolare. Non pretendo di fare ricerca e non mi interessa. Se mi considerassi uno sperimentatore sarei pazzo, prima che megalomane. Quello che più mi interessa è comunicare con le persone, a prescindere dalle loro competenze musicali. Il fatto di mettere insieme influenze molto diverse tra loro è per me una cosa istintiva, non nasce dalla pretesa di innovare. Semplicemente cerco di usare tutto ciò che trovo bello ed emozionante condensandolo in un linguaggio personale. Se mi colpisce una cadenza sentita in un brano di musica classica, semplicemente penso: “ma che ficata, chissà come starebbe nel mio assolo di synth“! Ma in questo non c’è nulla di strano, i musicisti fanno queste cose dai tempi delle caverne. Si incontrano, si scambiano tecniche e strumenti, si rubano le idee gli uni con gli altri. Agli artisti non dovrebbero mai interessare i confini, né geografici né di genere. La contaminazione è il motore trainante della cultura. Se oggi tutto questo può sembrare in qualche misura “elaborato” o “ricercato” dipende, probabilmente, dalla attuale tragica situazione del mercato discografico.

Come si svolge solitamente il tuo lavoro di composizione ed arrangiamento? È un fatto istintivo o invece più lezioso, alla ricerca continua di una sonorità particolare? E quanto sono importanti le nuove tecnologie nella stesura dei tuoi pezzi?
Composizione e arrangiamento sono due fasi ben distinte. La maggior parte delle volte compongo alla chitarra (specie le “canzoni” vere e proprie) e tutto avviene per ispirazione. È molto irrazionale, su questo ho pochissimo controllo: spesso passano mesi senza che scriva nulla, poi in un paio di settimane butto giù una serie di brani, senza avere un’idea chiara di come siano arrivati.
La fase di arrangiamento, invece, è una faccenda molto più pratica e decisamente razionale: mi metto davanti al computer e lavoro per giorni, settimane, in qualche caso per mesi allo stesso pezzo. Ho in mente un’idea e cerco di realizzarla, con un approccio metodico. In questa fase la tecnologia è fondamentale. Lavorare con i software è entusiasmante, perché mi permette di partire dalla radice del suono: elaborando personalmente i sintetizzatori virtuali che poi utilizzo in fase di arrangiamento, ho un controllo totale sulla produzione. È un po’ come se un compositore classico avesse avuto la possibilità di progettare personalmente i violini da usare nelle sue opere, così da ottenere un timbro ben preciso. Se non riesco a ottenere il suono di cui ho bisogno, semplicemente lo creo.

Come spieghi il declino degli ultimi 10-15 anni della musica elettronica sperimentale, a favore di hits da discoteca per teenagers prima, e pasticci digitali da cocktail-bar poi? Solo una questione di mainstream e marketing, oppure l’era digitale ha limitato un po’ le possibilità per gli artisti?
Per i motivi che ho detto prima, tenderei a ridimensionare l’idea di “sperimentazione” nell’ambito del mercato discografico, che cerca sempre comunque di arrivare al pubblico più vasto possibile. Però c’è sicuramente stata una fase, specie negli anni ’90, in cui la scena elettronica internazionale ha prodotto cose incredibili. Sono stati catapultati su MTV una serie di personaggi folli che venivano dal mondo dei rave illegali, dando una bella sferzata al panorama musicale e aprendo le porte ad artisti anche più originali. Il fatto che oggi si assista a un appiattimento della proposta dipende secondo me da fattori economici. Il music-biz sta vivendo una crisi profonda, che a mio avviso era inevitabile. Perfino in U.S.A. le etichette ormai propongono solo contratti chiamati “diritti a 360°”, piuttosto svantaggiosi per gli artisti. Senza entrare nel dettaglio, direi che questo denuncia una inflazione del valore dei musicisti e una paura delle etichette a investire su di loro; una paura che non esisteva 10 o 15 anni fa. Evidentemente il rischio è troppo alto ed è meglio limitare gli investimenti a qualche hits per teenagers o a qualche singolo da discoteca. Questa situazione dipende sicuramente in parte dall’avvento del file sharing, ma probabilmente anche da debolezze intrinseche allo sfruttamento industriale della musica, un bene immateriale che per 50 anni è stato trattato come un qualsiasi bene materiale prodotto in serie. Comunque tenderei a non esagerare troppo, perché di cose belle e interessanti continuano a venirne fuori, nonostante tutto.

Il pubblico che assiste ai tuoi shows come reagisce alla musica che proponi? Quanto si fa coinvolgere e quanto riesce a comprendere certe sfumature (mi riferisco per esempio alla rielaborazione dei classici di Listz o di Saint Saëns)?
Lo spettacolo che ho messo su per la presentazione di Black Sheep Electro Music è costruito su un monologo spezzato dall’esecuzione dei brani musicali. In questo monologo spiego in maniera esplicita i temi proposti nell’album (soprattutto il legame tra ribellione e morte). In effetti per la dimensione live mi ispiro molto ai vecchi cantastorie, che non si limitavano a cantare, ma parlavano, illustravano le loro canzoni con pannelli colorati. Questo forse suona strano per un musicista elettronico, ma io sono molto affascinato da tutto ciò che è folk. Nel mio spettacolo, durante l’esecuzione delle canzoni, faccio scorrere dei video con le traduzioni in italiano dei testi, perché per me è fondamentale soprattutto la comprensione delle tematiche che sto raccontando. Lo spettacolo dal vivo e l’album sono due cose diverse, non potrei pensare di riproporre live le canzoni così come sono, non avrebbe senso. Certe sfumature musicali le lascio agli ascoltatori più attenti, ma non me ne preoccupo troppo. La reazione per ora è stata molto buona, anche perché lo spettacolo è interamente giocato sul filo dell’ironia. Considero l’ironia un mezzo fondamentale per far arrivare certi messaggi, specie quelli più duri e “politici”.

Bottegasonora è molto orgoglioso di produrre i propri lavori. Ti sei mai sentito chiamare dj? Secondo te, perchè chi mastica sempre e solo rock, ha sempre avuto una certa ostilità di fondo verso la musica elettronica?
Quando da ragazzino cominciai a prendere lezioni di chitarra ero seriamente intenzionato a mettere su un gruppo punk. Detestavo la musica elettronica. Per questo capisco molto bene certe forme di resistenza. Soprattutto in Italia rimane ancora una identificazione ostinata tra musica elettronica e musica da discoteca. Se cerchi su Google “musica elettronica” troverai per lo più risultati che mandano al mondo delle piste da ballo. Questo può essere frustrante. Eppure nei primi anni ’70 i sintetizzatori erano parte integrante del rock. Tutti i gruppi che contano in quel periodo hanno usato un moog o un mellotron. Alan Parson era considerato un genio. La fabbrica italiana Farfisa è rimasta famosa per i suoi organi elettrici usati da Richard Wright in diversi classici dei Pink Floyd. Per non parlare del krautrock. È difficile dire da cosa nascano i pregiudizi.
I pregiudizi sono vecchi quanto l’uomo, credo. Ad un certo punto i rockettari hanno preso a odiare i sintetizzatori e la Farfisa s’è messa a produrre citofoni: una metafora grottesca. Ad ogni modo, la contaminazione è la quintessenza della musica, senza miscuglio tra generi e culture non sarebbe nato niente. Infatti mi pare che ultimamente queste resistenze stiano svanendo. Robert Moog, prima di morire, ha fatto in tempo a riaprire i battenti della sua fabbrica e i suoi synth sono tornati di moda: spesso si vedono band famose che durante i live li piazzano col marchio in favore di telecamera. Potere degli sponsor, credo.

Nel futuro di Bottegasonora cosa intravedi? Ci sono progetti, date, idee imminenti?
Nei prossimi mesi riproporrò lo spettacolo di presentazione di Black Sheep Electro Music, anche se non ho ancora date fissate. Entro febbraio l’album sarà presente in versione Mp3 anche in tutti i principali online store, come iTunes e Amazon. Sicuramente comincerò a lavorare al nuovo album, che spingerà ancora di più sulla dimensione folk e sarà interamente in lingua italiana. Ma questo non vedrà la luce prima del 2012, perché almeno fino alla prossima estate continuerò a dedicarmi alla promozione di Black Sheep. Nel frattempo rilascerò a cadenza regolare novità gratuite sul mio sito.

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intervistato da Poisonheart

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