Houdini – Melvins

Lunga e rumorosa è l’epopea dei Melvins, nel quale ci sono almeno due momenti fondamentali e riassumibili come sagace strappo verso il loro passato. La prima risale al 1986, appena dopo la registrazione di 6 Songs  -minuscolo ep per la C/Z Records di Chris Hansak, nato più che altro dall’entusiasmo per l’esperienza Deep Six-; quando i Melvins decisero di lasciare Seattle per cercare fortuna a San Francisco. Una decisione radicale e controversa per la scena musicale locale, specie per l’influenza che King Buzzo e Dale Crover ebbero verso i primi embrionali Nirvana, Soundgarden o Mudhoney. Eppure, in qualche modo, una decisione figlia di quella scelta di suonare più lentamente (come i Black Flag in My War), quando tutti a Seattle e dintorni iniziavano ad pigiare sulle velocità, rifacendosi sia alla tradizione garage-rock sia alle influenze hardcore californiane.
Melvins - HoudiniA San Francisco, influenzati anche dal sound metallico della Bay Area, i Melvins registrarono gli esordi -tra questi anche il piccolo cimelio di Lysol (quello con l’indiano, altresì noto come Melvins del 1992)-, suonando su e giù per gli States e toccando anche l’Europa. La rivoluzione mediatica di Nevermind, ed i fari puntati sullo stato di Washington, hanno illuminato pure l’operato dei Melvins, che seppur esuli volontari in California, di riflesso ne hanno ispirato il successo, strappando il contratto con una major e registrando Houdini.
Un disco che annovera tra i crediti Kurt Cobain alla produzione, eventualità che non ha trovato effettivo riscontro con la realtà più nostalgica, pare infatti che il compianto leader dei Nirvana non vi abbia effettivamente partecipato, come non vi prese parte la bassista Lorax, le cui trame di basso furono suonate da King Buzzo e Dale Crover. Eppure nonostante sia un album a due, Houdini possiede una potenza endemica che non risente troppo di una produzione mainstream: senza snaturarsi i Melvins cavalcano fiera l’onda di un doom-metal grumoso, pesantemente lento ed ironico, riassunto nell’iniziale Hooch. Vaghe influenze “metalliche” (in tutti i sensi) percuotono Night Goat e Honey Bucket, fino all’apoteosi di una versione Going Blind dei Kiss perfida e sibillina, saturata da l’onnipresenza di massicci riff che segnano l’andatura del disco “più accessibile” dei Melvins.
Infatti le ispide lentezze bluesy in Lizzy (sfocianti nel chorus in un grungeismo ruvido e petulante) o le graffianti movenze di Set me Straight, sono quanto di più morbido si possa pretendere dai Melvins su Atlantic (ci rimarranno fino a Stag del 1996). I sette minuti di Hag me sono tutti da decifrare, mentre si segnalano metamorfosi inspiegabili nella felina Sky Pup (con Cobain alla chitarra), senza dimenticare l’isteria a rallentatore di Joan of Arc o le possenti accelerate nella strumentale Copache.

Le 100mila copie vendute certificano il “successo” commerciale di una band -riconosciuta solo oggi- tra le più influenti e trasversali degli anni novanta in campo metal, eppure Houdini possiede una sagacia ed un coraggio in talune scelte (le finali Pearl Bomb e Spread Eagle Beagle) perfettamente in linea con il carattere ironico di King Buzzo e Dale Crover: la grunge-mania avrà pure agevolato il passaggio in major dei Melvins, ma non ha lasciato strascichi nel loro modo di concepire la musica alternativa (quella per davvero!).

recensito da Poisonheart

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