Era meglio morire da piccoli … con una camicia grunge!

Il recente e facinoroso revival anni ’90 non poteva trovare terreno più fertile, specie in questi giorni così confusi dopo la perdita di Chris Cornell: così la revisione storico-musicale del grunge assume contorni grotteschi anche nel Belpaese, ove in fin dei conti è passato di sfuggita ed in maniera non proprio fedele all’originale. Riscoprire la moda nineties è un esercizio di bella calligrafia, tra camicette a quadri coloratissimi e qualche film cult, eppure quando ci si addentra nell’essenza di quegl’anni (specie la prima metà), l’imprecisione e la superficialità domina sovrana.

Avrebbero diritto di parola solo i quarantenni di oggi, quelli nati nella seconda metà degli anni ’70, coloro che adolescenti hanno potuto capire la portata della rivoluzione perpetrata da un disco di rock alternativo di tre perfetti sconosciuti al loro esordio su major. Nevermind è stato lo spartiacque di una generazione e paradossalmente è stato il degno (ed in un certo senso “prevedibile”) epilogo di un movimento musicale indipendente che nacque come reazione alla mercificazione del punk del 1977. Diec’anni prima era stato l’hardcore della west-coast a dare qualcosa in cui credere (in se stessi, nei propri mezzi, ecco il meraviglioso do-it-yourself), un’etica messa in pratica parallelamente anche sulla costa opposta, da Washington a Boston, che successivamente prese piede sotterraneamente in tutta America. Giovani reietti, ultimi tra gli ultimi, underdogs per definizione, figli della politica capitalista e consumista degli anni ’70, trovarono qualcosa nella musica indipendente, una voce che urlava e sbraitava, ma che non poteva essere compresa se non unicamente da quella ristretta cerchia. Eppure qualche sibilo arrivò anche in un vecchio continente ancora diviso da un muro di mattoni ed una cortina di ferro: nel Regno Unito, grazie allo sforzo congiunto di minuscole etichette indipendenti, bands come Sonic Youth, Dinosaur jr., Big Black si fecero conoscere ed apprezzare, enfatizzando silenziosamente qualcosa che sarebbe di lì a poco esploso.
Non a caso Michael Azerrad nella sua disamina sull’American Indie, parte dai Black Flag e dalla SST e termina con i Mudhoney e la Sub Pop di Seattle: suggellando un legame che non viene colto immediatamente quando si parla di grunge o di Seattle Sound. Come se la purezza della musica e degli intenti di questi giovani musicisti si misurasse su un epiteto (coniato dalla Sub Pop, ma “inventato” dagli imprevedibili Mr. Epp and the Calculations), di cui la stampa mainstream e le grandi catene pubblicitarie hanno successivamente abusato e banchettato. Non è stata la morte di Kurt Cobain a sancire la fine di quella stagione, bensì vedere Carla Bruni sfilare nel 1992 per le passerelle di Parigi in giacca scamosciata o camicia a quadri, o l’osservare come un’etica ribelle, sporca e rumorosa venga trasformata in una pellicola cinematografica (mi sto riferendo a Singles di Cameron Crowe? Sì, maledizione!) con tanto di colonna sonora e cammeo di alcune band locali.

Eppure, per moltissimi nati negli anni ottanta, il Sound of Seattle ha rappresentato la crescita, l’adolescenza, e per alcuni il crollo delle illusioni dopo il 1994. Da Ten, a Superunknown, passando per Dirt o l’acustico Jar of Flies, o per le scazzottate garage di Superfuzz Bigmuff o la psichedelia acida di Sweet Oblivion, ci sono almeno una decina di dischi fondamentali di quella “scena” che coinvolgeva gran parte dello stato di Washington, senza neanche andare a ritroso e ripescare i Green River o i Mother Love Bone ed i loro fatali snodi. Eddi Cilià inserì in una mini-guida sul grunge, almeno una settantina di band, molte delle quali ruotarono nell’orbita Sub Pop, ma che non c’entravano nulla con Seattle, evidenziando con il suo solito vivace piglio critico, come “grunge” fosse nient’altro che un contenitore tematico, usato -ed ribadisco abusato successivamente- dalle case discografiche in frenetica ricerca del nuovo Nevermind. Ricordo bene di aver sottolineato questo passo: «Ricordate? I Pearl Jam all’inizio furono accusati di essere una versione edulcorata dei Nirvana. Agli Stone Temple Pilots è stato rinfacciato di essere una copia sbiadita dei Pearl Jam. Ai Candlebox di rifarsi agli Stone Temple Pilots. Quando hanno fatto irruzione in scena i Bush, la situazione è diventata ridicola. Il pubblico ha comunque gradito».

Chris Cornell GrungeSi è parlato di generazione maledetta con grande superficialità, quando diviene davvero difficile spiegare cosa significasse vivere in piccoli centri sperduti nel nord-ovest d’America, tra falegnamerie dismesse e tagliaboschi senza lavoro e dipendenti dall’alcool. E nemmeno tentare un parallelo con quanto accadeva in Italia e a quella generazione figlia del boom degli anni ottanta; poiché se nelle grandi città qualche tardivo eco grunge arrivò (seppur storpiato e forse modaiolo), nella provincia  un difficile passaparola e l’impossibilità di reperire alcuni dischi rappresentava un grande ostacolo culturale per chi aveva conosciuto la musica di Nirvana o Pearl Jam e ne volesse sapere di più. Persino alcuni anni dopo, nel 1996 ad esempio, la ricerca di alcuni album diventava epica (personalmente mi riferisco a Temple of The Dog, introvabile all’epoca, e masterprice diec’anni dopo!): con i mezzi di oggi, tutto questo sembra assurdo, eppure la frustrazione di tale condizione, dava maggior valore ad una passione sincera per la musica. Racimolare ritagli di giornale, fare zapping aggressivo su Mtv per trovare ancora quel videoclip, acquistare cassette (perché i cd costavano troppo) e cercare di imparare i testi delle canzoni, rappresentava non un passatempo, ma una ragione di vita per alcuni adolescenti (tra i quali il sottoscritto). Per questo, sono rimasto sconvolto e stordito dalla perdita di Chris Cornell, perché era un pezzo della mia (e di molti altri, come ho avuto piacere di confrontarmi!) adolescenza e della mia giovinezza, e soprattutto perché ai miei occhi era rimasto quello dei tempi con i Soundgarden, quello che urlava nei dischi che custodisco ancora gelosamente, e non la rockstar che non disprezzava collaborazioni con artisti commerciali.

E’ vero il grunge ha perso molti (oramai quasi tutti) dei protagonisti della sua epopea: dalla fine bruciata di Andrew Wood, a quelle “annunciate” ed ugualmente tristi di Cobain e Staley (inserisco anche Weiland), senza dimenticare molti altri musicisti che hanno trovato appena un trafiletto nelle news musicali. Particolarmente devastante fu la notizia, nel 2002, della morte di Layne Staley, il cui corpo fu rinvenuto solo dopo 15 giorni, stabilendo -per un macabro scherzo del destino- il 05 aprile come giorno del decesso, lo stesso di Cobain otto anni prima. Quel malessere intimo che portò questi artisti a morire in una maniera così cruenta e disperata, non può essere spiegato, né passato sulla lente d’ingrandimento, tra ipotesi di complotti o incidenti di “dosaggio”. Per chi ha amato follemente quella musica non ci sono parole da spendere, solo un grande vuoto, come quello che si cercava di riempire a quattordici anni ascoltando Smells Like Teen Spirit o Jeremy o Black Hole Sun, sapendo quasi nulla di cosa era successo a Seattle e dintorni. E’ qui che si crea un legame indissolubile con la musica, quando nonostante tutto, sono quattro versi ed un chorus lancinante a rendere meno pesanti quelle giornate scolastiche tutte uguali, tra una nebbia che tutto omologava ed una solitudine che non se ne è mai andata. Se chiamarlo grunge è riduttivo o sbagliato, ha poca importanza, come ne ha il il passare ad una major dopo anni di militanza indipendent, o vendere milioni di dischi in tutto il mondo, se il risultato sono dischi ruvidi e veri, profondi e disperati come quelli che ho citato. Il revival anni novanta può anche dimenticare alcuni nomi ed alcuni fatti, ma non può smontare quello che era lo spirito di quegl’anni, e superficialmente omettere che un disco di musica alternativa per la prima volta nella storia spodestava dalla classifica delle vendite i dischi del re del pop: «È solo un’ironia sul pensiero di fare una rivoluzione. Ma è un pensiero piacevole».

La Firma: Poisonheart

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