Gentlemen – Afghan Whigs

Afghan Whigs: quando il grunge si concede al soul.
Questa è una breve definizione che troverete sommariamente in ogni mini-guida che tratti del grunge e dintorni.
Originari di Cincinnati (alla faccia della famosa scena di Seattle!) Greg Dulli e Rick McCollum assieme al bassista John Curley, nella seconda metà degli anni ottanta imbracciano i rispettivi strumenti e trovato in Steve Earle il batterista ideale buttano giù qualche idea. Più che influenzati dal punk e dall’underground (nonostante la passione di Dulli per i Dream Syndiacate) gli Afghan Whigs devono tutto a Detroit, e caparbiamente ne colgono la duplice faccia: da un lato città dello sfrenato rumore marca Stooges, dall’altro sede ideale della Motown Records di Berry Gordy.
Il sound degli “afghani” è risolutivo, un rock secco e corposo che s’affeziona ai classici della musica soul come Barry White o Al Green, senza nessuna pretesa che oltrepassi la zona circoscritta dalla “musica dei neri”.

Gentlemen - Afghan WhigsCome in ogni storiella grunge, la Sub Pop fa la sua comparsa vestita turchina come la fata, e concede alla giovane band di pubblicare due lp (di cui l’ottimo Congregation, 1992), per poi, “fattisi uomini”, approdare alla tanto amata major, sogno di mezza estate per ogni band grunge et simila.
Gentlemen (1993) sfodera una maturità sofferta, melodica ed incisiva. Non solo per merito di un ottima title-track, ma di una concezione ricca e ben arrangiata da parte degli Afghan Whigs, che ormai padroni del loro figlioccio grunge-soul deforme, sanno spaziare dal blues intriso di pece al funk morbido come un cuscino di piume.
Se l’intro di If were going lascia perplessi solo per cambiare parzialmente timbro nel chorus, Gentlemen è la quadratura di un cerchio musicale rarefatto e difficilmente etichettabile. Non suona schizofrenico come i Mudhoney, ma nemmeno goffamente pop come certe liriche alla Pearl Jam; la disperazione è presenta ma viene espressa in diverso modo rispetto a Cobain, mantenendo un atteggiamente più distaccato alla maniera di Lanegan. Se la descrizione funziona, non vi sarà difficile apprezzare un album equilibrato che definire “solo” grunge sarebbe sleale: una grande prova globale costruita su basi solide, articolando un rock sensibile senza rigurgiti autodistruttivi.

Deliziose Be Sweet e Fountain and Fairfax con uno squittio blues sgualcito, mentre struggente è l’apocalittica When we two parted, una delle migliori canzoni dell’album. La voce bassa e calma di Dulli mette i brividi, mentre tutt’attorno viene imbastita una carovana sonora lenta, rilassata e sofferente. Ottimo saltimbanco il funk di Debonair uscito come primo singolo, con una discreta rotazione nelle varie Mtv.
Intensa la calda ballata My Curse con cui gli Afghan accompagnano la voce di Marcy Mays, mentre tenebrosa è I Keep Coming Back, rivisitazione di un classico di nicchia del repertorio di Tyron Davis. Chiude l’aggressivo rock-blues nostalgico di Brother Woodrow/Closing Prayer nel quale il supporto degli archi conferisce un aura solenne, decretandola opportunamente una preghiere di chiusura.

Gentlemen rappresenta l’apice per gli “Afghani di Cincinnati”, una band troppo poco conosciuta per quello che è il suo valore reale, stritolati dalla morte del grunge (il successivo Black Love esce nel 1996 a funerale compiuto) scadono ben presto, e il polveroso solaio si spalanca a loro. Peccato, perché nessuno come la band di Dulli ha saputo coniugare l’anima bianca e l’anima nera della musica, mostrando originalità ed passione … sopravvivendo alla tanto discussa scena di Seattle!!!

recensito da Poisonheart
Poisonheart hearofglass

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