Elasmotherium – One Glass Eye

Arpeggi di chitarra che cantano di un disgelo, uno di quelli sottili che sfiora il cuore o che avvolge i ricordi ed alcune esperienze di vita (quelle che fanno diventare grandi, per intenderci); One Glass Eye (progetto solista di Francesco Galavotti) racconta con semplicità le meccaniche di crescita e maturazione, e lo fa con l’ingenuità della civetta che non sa d’essere appollaiata sul corno di un rinoceronte preistorico.
Elasmotherium (da elasmoterio, ossia quel povero rinoceronte refrigerato in un cubotto di ghiaccio) è un discorso delicato, registrato in presa diretta in un pomeriggio di marzo -quando la primavera ancora dorme sotto le prime giornate di sole-, realizzato con chitarra e voce ed un pugno di sensibilità espressa per mezzo di immagini famigliari, di polaroid comuni, quelle di tutti i giorni, quelle che nascondono molto più dell’apparenza.
L’atmosfera acustica e squillante degli arpeggi di sei corde porta in dote una pillola di tranquillità da mandare giù con almeno due sorsi di malinconia, quella stessa stasi ed indefinitezza che lentamente si scioglie al primo caldo sospiro. Un cantato sincero e confidenziale fa da contraltare a dinamiche ritmiche semplici ed orecchiabili, un do-it-yourself cieco e viscerale che trova però l’accuratezza e la limpidezza di una produzione essenziale, che lascia quasi intatto quell’approccio spontaneo alla musica.

One Glass Eye- ElasmotheriumSarebbe troppo facile trovare paragoni celebri (Kings of Convenience, per citarne uno) che alludano al clima acustico di questo disco: One Glass Eye in Elasmotherium (in uscita per V4V-Records e Out Stack) propone il disegno dell’artista che con la sua chitarra si confida con sensibilità e gentilezza, ma il tutto è realizzato con modalità del tutto personali. L’urgenza nel comunicare un certo stato d’animo, viene prima di tutto, come quando dopo una giornata snervante, il sognatore comune trova il tempo di prendere una chitarra e strimpellare quattro accordi. Kings With Swords for Hands rimane in equilibrio tra il soffice degli arpeggi e di una voce sospesa, pronto a virare nel contrasto più emotivamente penetrante quando le pennate di chitarra si fanno più decise e la voce sale di tono. Il gioco dinamico non è così scontato, poiché non viene riproposto in maniera ovvia in ogni brano lungo il prosieguo del disco; anzi in Dogs&Co, One Glass Eye sussurra appena lente parole lasciandosi andare raramente ad una voce più roca che viene quasi spenta sul nascere. In Preloved sembrano uscire più coraggiose le emozioni (qualche eco alla recente svolta acustica di Thurston Moore), mentre in Cannonball la malinconia scorre lungo i bordi di una ballata privata e molto emotiva. Pause che lasciano i singhiozzi in sospeso, sospiri, soffi di chitarra: ecco le distorsioni ed i feedback che One Glass Eye semina lungo queste dieci tracce intrise di un ermetismo glaciale, che lascia senza parole per quella sorta di perfezione semplice che avvolge tutto il disco.
Molto bella There’s No KFC In Italy, caramella amarissima che tuttavia non scioglie il groppo in gola, mentre il riff orecchiabile e ripetitivo di Super Ho-Hum Boy sarebbe altrettanto bello in versione elettrica e – perché no- modulata; in chiusura ecco Ballad Motor Works che ridisegna il lento ed implacabile disgelo verso un ritorno ad una normalità che in realtà assume sembianze e forme sempre nuove.

La vita è un giro di giostra (diceva Bill Hicks) e ad ogni era glaciale della nostra personale esistenza, c’è un momento in cui la normalità torna a cinguettare come un migratore primaverile, ma sappiamo benissimo che dopo qualsiasi grande freddo, niente torna esattamente come prima, e nonostante tutti i sorrisi ed i cambiamenti imprevedibili, qualcosa ben in profondità rimane freddo, e forse non si scioglierà mai … però è sempre bello che ad un esperienza non scontata come questa, One Glass Eye ci abbia fatto un disco.

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recensito da Poisonheart
Poisonheart hearofglass

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