Bowie. La trilogia berlinese – Thomas J. Seabrook

Il racconto di Thomas J. Seabrook inizia con un’automobile che corre in tondo a folle velocità in un parcheggio sotterraneo da qualche parte a Los Angeles (circostanza che ispirò il brano Always Crashing in the Same Car contenuto in Low), mentre un David Bowie agonizzante implora un sottile e flebile aiuto. E’ l’immagine della deriva di un artista travolto dalla fama, dalla droga e dall’ipocondria, ad un passo dal baratro. Eppure nel momento più delicato della propria carriera, il trasformista Bowie ha ancora lucidità di cambiare, di voltare nuovamente pagina, di emigrare a Berlino e da lì costruire una delle stagioni musicalmente più ispirate della storia: la famigerata trilogia berlinese.
In Bowie. La trilogia berlinese, Seabrook ne disegna la parabola più significativa, tra la solita generosa manciata di aneddoti, episodi trasgressivi, ma anche intriso di sperimentazione e di nuovi approcci in studio di registrazione. Brian Eno, Tony Visconti, Iggy Pop sono tra i maggiori protagonisti di un biennio fondamentale per la carriera di David Bowie e di riflesso per la musica alternativa europea che ispirò la generazione post-punk successiva.
Una lunga premessa introduce la nascita dell’ennesimo personaggio bowieiano, Thin White Duke, in concomitanza con l’uscita dell’album Station to Station (disco già in qualche modo proto-Berlino) e le riprese del film L’uomo che cadde sulla Terra di Nicolas Roeg. E’ in questo frangente della propria carriera artistica che in Bowie matura l’idea di trasferirsi a Berlino nell’anonimato (celebre la frase: «A nessuno frega un cazzo di te, a Berlino!», ispirato dai racconti berlinesi di Christopher Isherwood nel periodo della Repubblica di Weimar.

«La penso allo stesso modo di Günter Grass, e cioè che Berlino è al centro di tutto quello che sta succedendo e succederà in Europa nei prossimi anni […] una città tagliata via dal suo mondo, dalla sua arte, dalla sua cultura, agonizzante e senza alcuna speranza di risarcimento»

Trovando in Iggy Pop la sfacciata spalla con cui vivere quest’esperienza, Il Duca Bianco soggiorna in Hauptstrasse 155 -senza disdegnare alcun eccesso- a pochi passi dagli Hansa Studio ove realizza una rivoluzione artistica e d’avanguardia, che lo porta lontano dalle sonorità funky e rock del passato, per lasciarsi trasportare dalle influenze elettroniche di gruppi tedeschi come Kraftwerk e Neu!. La sperimentazione diventa il pallino di Bowie: incoraggiato da Brian Eno (sin dalle registrazioni allo Chatéau d’Hérouville in Francia) e dall’uso delle sue strategie oblique, ossia un mazzetto di carte che pescate casualmente davano indicazioni e consigli per superare gli eventuali blocchi mentali durante le sessions in studio. Il libro di Seabrook si sofferma con precisione su ciascun disco prodotto in questo periodo, dal trittico LowHeroesLodger di David Bowie (la cosiddetta trilogia berlinese), a The Idiot e Lust for Life di Iggy Pop, registrate con modalità simili nonostante la diversità d’approccio dei due artisti. Seppur senza troppi slanci entusiastici, la scrittura di Seabrook è lineare e scorrevole e si conclude solenne accennando ad un disco che chiude gli anni settanta di Bowie ed un suo certo stakanovismo discografico: quello Scary Monsters con cui il Duca Bianco arriva alla resa dei conti con il vecchio Major Tom e con se stesso.

Bowie. La trilogia berlinese lo potete trovare sul catalogo Arcana e tradotto da Chiara Veltri.

La Firma: Il Gemello Cattivo

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