Born in the Woods – Birthh

Ad un primo ascolto distratto, sembra facile pensare “ah, eccola un’altra ragazzina prodigio dell’indie italiano!“; eppure nonostante ci sia mezza verità in tale affermazione, Alice Bisi (alias Birthh) ha la naturalezza di chi gli riesce tutto facile, di chi ha la passione ed i lividi nel cuore, di chi guarda il mondo con mezzo occhio torvo. Born in the Woods non è il solito disco infarcito di pensieri e lacrime sacrificati all’altare della crescita personale (peraltro leciti per una dicianovenne cantautrice), è invece un inseme vago di sensazioni, di ritmi primitivi, di fulmini estemporanei che non lasciano traccia del loro passaggio: un esordio che sradica il folk dalle sue radici cantautorali, per svuotarlo di qualunque emozione scontata, grazie ad un’elettronica vispa e controcorrente.

Birthh - born in  the woodsBut truth is love is dead: La storia di Alice Bisi ha del particolare, e non solo perché esordisce in long-playing con la We Were Never Being Boring collective di Alessandro Paderno (tra i tanti in catalogo ricordiamo Be Forest e Brothers in Law) e dal vivo al festival di South by Southwest ad Austin (Texas), ma perché si da subito il progetto Birthh mostra carattere ed una struttura musicale ben rodata e collaudata. Con l’ausilio di Lorenzo Borgatti, per tutto ciò che riguarda il pacchetto elettronico, e di Massimo Borghi (percussioni), le canzoni (alcune per la verità) dapprima nate come voce e chitarra dai pensieri di Alice Bisi, prendono una forma inaspettata, non solo per l’uso massivo dell’elettronica, ma anche per un certo approccio lo-fi che porta alla ricerca di sonorità che vengono dall’ambiente circostante. Le percussioni così non si limitano al solito beat digitale di drum-machine, ma vengono contaminate da battiti di mani o da loop rumorosi, che decorano i brani di un’eternità e di una dolce confusione, che ammalia e disturba allo stesso tempo. La voce di Birthh assume tonalità basse e languide, ma è capace anche di acuti urlati, perfetti per rendere ancora più dinamiche le dieci tracce che compongono Born in the Woods. Segnali di sospensione calano costanti durante l’ascolto del disco, trasportando l’ascoltatore in una dimensione quasi eterea, che altro non è che una metafora distorta dei pensieri della stessa Alice Bisi.

I’ll be poison in your blood: Talvolta acida, sicuramente aspra nel raccontare impressioni ed umori, Birthh filtra tutto dal proprio personale punto di vista, una visione che tende all’infinito, rovesciando le ovvietà e concedendo un pizzico di disfattismo cosmico verso le emozioni ed i colori. Così Prelude for the Loveless apre come un sottile gospel minimale, retto solamente da una melodia scarna di pianoforte, preparando successivamente il terreno ritmico per un cantato rarefatto, mentre le percussioni giocano con tutti i rumori che passano da quel lato del letto. L’andatura è lenta e contemplativa, così come in Chlorine (primo singolo estratto), nel quale la precisione degli ingredienti sonori è sorprendente, mentre Birthh corre veloce come il veleno agrodolce che le attanaglia le vene, minando una sorta di ritmo tribale che nel finale implode verso un pathos disperato ma autorevole. Queen of Failureland, potrebbe essere benissimo un altro pseudonimo di Birthh, ed anche in questo brano una certa passionalità seducente e decadente batte un ritmo singhiozzante, accentuato dai cori in sottofondo che amplificano così la zona d’oblio venutasi a creare tutt’intorno.
Interlude of the Lifeless apre un altro capitolo tematico, senza tuttavia tagliare il filo conduttore musicale, che s’ammorbidisce appena, tuonando forte con il cantato austero di Birth che proclama ininterrottamente, senza posa e quasi senza emozione: “This is how i wanna die“. Senses prosegue sottopelle il minimalismo armonico del precedente, suonando asciutto come un folk ridipinto di cromie digitali, mentre in Wraith lo sforzo compositivo tocca rime personali e profonde, seminando puntini di sospensione qua e là, alimentando così un climax sinistro, ma in un certo senso purificatore dell’animo sensibile.
Il terzo ed ultimo interludio apre alla speranza, Interlude of Hopeless è tanto breve quanto evocativo, richiamando quelle dinamiche che sembrano prese da una natura dormiente, ed il tutto prosegue in If you call me Love, nel quale l’anima folk ritorna prepotente, senza tuttavia essere invasiva. Confidenze distaccate raccolte a piene mani, mentre arpeggi limpidi di chitarra risuonano all’orizzonte in (Banhof), unico ed esclusivo brano nel quale l’elettronica e gli artifici digitali sembrano essere scomparsi; chiude il discorso For the Heartless, con quella punta di cinismo e lucida rassegnazione che mostra definitivamente la maturità di Birthh anche come artista.

If you want death, darling, death you’ll find: Born in the Woods è uno dei piccoli grandi fenomeni della discografia indipendente italiana di quest’anno, gli approcci melodici che forse non sono nuovi in Europa, lo sono abbondantemente nel Belpaese, ma ciò non toglie l’originalità e l’ottima stesura compositiva di Birthh, che smonta il solito folk-rock passionale in una variegata amalgama di criptiche sonorità elettroniche, che non fanno rimpiangere mai e poi mai, la vecchia chitarra acustica e qualche buona emozione sussurrata con voce gentile.

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We Were Never Being Boring collective sito ufficiale

recensito da Bambolaclara
BambolaClara heartofglass

 

 

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