All for Love – Nan Bulan

All for love - Nan BulanSe ne stava lì nervoso a fumare una paglia dietro l’altra, ad annebbiare con un alito denso e bianco non solo la stanza ma se possibile anche la propria memoria. Non era nemmeno casa sua, cosa gliene importava, lei se n’era andata e non era detto che potesse tornare mai … Aveva bisogno di stendere i nervi, dannazione! Si alzò in piedi allora, e girovagò come uno sconosciuto nella “casa dell’amore”, senza un pretesto e senza una metà. Prese una sberla di sole in faccia e girandosi di schiena tornò nell’ombra. Tutto con molta disarmonia, come un animale in gabbia. Un altra folata di sigaretta a rinfrescare i pensieri, ed eccolo che s’accinge a curiosare dell’intimità di lei, ma con qualche timore desiste virando verso l’angolo della musica. Ne uscì, un titolo interessante, Oracle di Michael Hedges, e gli venne in mente quella versione di All along the watchtower eseguita dal chitarrista, capace di dare movimento allo strumento, a ricatalogarlo secondo una concezione diversa, nel quale la percussione, il battito, la pausa erano un tutt’uno con la sei corde. Stava per mettere il disco sul piatto, quando si accorse che ce n’era già uno. Allora lasciò perdere Hedges, e fece scivolare lentamente la puntina dal punto in cui si trovava, e planò dolce sul 33 giri.

Un armonia acustica invase le pareti che si ritirarono a riccio, una sonorità a più strati, come se esistessero dimensioni oltre a quelle percepite, il tutto però con una consistenza lineare, slegata e allo stesso tempo avvolta su se stessa. Cercò con attenzione i titoli. Nan Bulan. All for Love. Accese un altra paglia e soffiò via il fumo con meno nervosismo. Si trattava di un disco immediato, come dimostravano le dinamiche di Tsunami, un tuffo cieco verso la libertà, e quelle dita che scivolavano, risalivano, premevano le corde che sembravano uscite da mondi lontani: il tutto aveva la forza lenitiva di stemperare la tensione di quegl’attimi. Il brano si evolveva, prendeva vita dalle mani di Nan Bulan, e come un battito cardiaco che pulsava in sottofondo, riecheggiava nella testa di lui. Era una scuola non poi così diversa da quella di Hedges, ma il fatto che a suonare questo folk-urbano fosse una giovane ragazza, aumentava l’opinione che si stava facendo largo nella sua testa.

Proseguiva senza strappi con All for Love, la title-track che chiudeva il disco, mentre i nervi si rilassavano a singhiozzo, come se aleggiasse una sorta di malinconia e rabbia laconica, amplificata dalla limpidezza e dall’armonia espressa. Semplicità, gli veniva da dire, nonostante si trattasse di una musica abbastanza particolare e poco comune, eppure tutto quelle che sentiva scorreva naturale, senza forzature e senza drammi. Chiuse gli occhi quel tanto che bastava per colorare i pensieri, e lo sforzo di girare il disco una volta arrivato all’epilogo pareva piccolo. Dopo essersi perso in alcuni pensieri tutti suoi, tornò alla vigile attenzione cogliendo in Aut illic aut nullibi alcune arie della tradizione inglese (Greensleeves?) e così rimaneva in bocca una sorta di sospensione emotiva, come un qualcosa che avrebbe dovuto essere lì, in quel preciso istante, ma che in realtà non c’era. Oramai era assuefatto da questa chitarra balbettante e perentoria, e il grosso sole rosso in Africa evidenziava un disco fatto di continui indizi, giochi di parole, preghiere in una lingua a lui sconosciuta, eppure così affascinante. Li rimase in mente il motivo di Buddhacarita, tanto la sua orbita ora era libera dopo lo sfogo emotivo senza parole, e si alzò in piedi prendendo l’uscio ed una boccata di vita, poichè All for Love li aveva regalato un raggio di sole nel suo pomeriggio di tempesta!

The End 

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recensito da Poisonheart
 Poisonheart hearofglass

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