7 – Five Tons of Flax

7 - Five Tons of FlaxBrevi concetti di Discordianesimo (vedi il libro “Principia Discordia” di Gregory Hill) ed una convalescenza forzata in casa, sono i primi semi che hanno ispirato 7, terzo disco del progetto Five Tons of Flax di Vincenzo Orsini. Un lavoro vispo e con una certa lenitiva vivacità (quasi ad esorcizzare l’immobilità a cui era temporaneamente sottoposto Orsini), che trova in Matteo Blundo la controparte armonica, smussando così spigoli funkeggianti immersi in un mai interrotto flusso di coscienza. Tra folate di violino e melodie synth leggiadre, si sviluppano sette tracce dal forte accento personale, non prive di sagacia ed ilarità, anche attraverso interessanti momenti prettamente strumentali ed un cantato piuttosto fresco e disinibito, che non si prende troppo sul serio.
Le cinque tonnellate di lino (metafora dell’ironica dottrina del caos) evadono da qualsiasi struttura pop, mischiando improvvisazione, attimi rockeggianti e sinceri j-accuse sia verso un -drammaticamente dilagante- qualunquismo populista, sia quello snobismo elitario piuttosto effimero: il tutto con un’educazione ed una poetica delicata e seria.
Rispetto ai lavori precedenti (in particolare ad Eris Dance del 2014), ove l’elettro-rock giocava un ruolo fondamentale, in 7 sono diversi gli elementi che si scontrano in brevi improvvisazioni tra funk, lo-fi e synth-pop, mantenendo sempre confidenziale il tono dei brani. Ballate acide, spremute in arrangiamenti rotondi e corposi, che non necessitano di giocare con volumi e velocità per conferire dinamismo al disco. Perciò dopo un doveroso intro dalle movenze interessanti, è il sardonico Lagggente a muoversi maculato in un territorio elettro-funk quasi anacronistico, suonando tuttavia simpatico e godibile. Istanze più consistenti nella sincera C’ero anch’io, con un gommoso mid-tempo ritmico di facile assimilazione; mentre la nevrotica La città di carne mostra un lato oscuro, che a sprazzi intercetta tra le più calzanti metafore dell’intero disco.
In Fiabe tuttavia si realizza la migliore espressione dei Five Tons of Flax, ballad capace di unire una poetica claustrofobica con sonorità elettroniche ovattate, mentre all’orizzonte risuonano meste arie di violino: un caos ispirato e disperato, che sfugge da forme e stili comuni, eludendo confini e barriere, verso territori artistici personali ed ancora largamente esplorabili. Risacche elettro-rock s’ammassano verso la conclusione del disco: decisamente malinconica in G, in maniera più mistica ne L’imputato, altro brano dall’interessante potenziale, con sorprendenti momenti post-punk isterici alla Fall.

Vincenzo Orsini ha impiegato decisamente bene i sette mesi di staticità casalinga, realizzando con 7 un lavoro potente e contundente nelle tematiche, senza per forza calcare la mano su volumi o distorsioni. Il mastering curato Stefano Vendramin fa risaltare i contrasti tra la materia elettronica e quella classica, senza tuttavia cercare di mettere ordine in un improbabile caos ragionato; poiché se c’è qualcosa che sta veramente a cuore ai Five Tons of Flax è proprio la perentorietà del caos, sopra i massimi sistemi dell’universo, e più in piccolo, nel nostro -confusionario- vivere quotidiano.

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Five Tons of Flax bandcamp

recensito da Poisonheart

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