Vademecum Iron Maiden: quello che c’è da ascoltare e quello da evitare

Londra 1980: il punk è prossimo all’implosione e gli Iron Maiden ne prendono le caratteristiche principali (velocità ed aggressività) per creare qualcosa di nuovo; il giornalista Geoff Barton lo chiamerà in seguito “New Wave Of British Heavy Metal” (da qui in poi semplicemente, NWOBHM) ed l’omonimo esordio sarà un punto di riferimento fisso per tutta la scena heavy dei decenni seguenti.
Iron Maiden - Iron MaidenIron Maiden (1980) si apre con l’adrenalinica “Prowler“, dove Paul Di Anno ci mette tutta la rabbia e grinta che le sue corde vocali riescono a far scaturire; Dave Murray  e Dennis Stratton con le chitarre partoriscono riff hard rock che poi sfociano in un assolo di una velocità e tecnica incredibili, per poi concludere con un finale maestoso rendendo il brano indimenticabile: un classico inarrivabile per i nostalgici dei primi Iron Maiden.
Sanctuary” invece è un pezzo musicalmente “punkeggiante” con un testo che non è da meno; Steve Harris  si sbizzarrisce al basso  con le sue storiche terzine e i due chitarristi si scambiano convenevoli negli assolo, conferendo al brano un piglio divertente riproposto molto spesso in sede live. Con “Remember tomorrow” i ritmi si calmano e fa capolino il progressive (chi ha detto The musical box dei Genesis?)  tanto caro ad Harris, di seguito si alternano momenti dolci e sognanti ad aggressivi e compaiono anche le cavalcate maideniane che sembrano non finire mai, marchio di fabbrica della Vergine di Ferro. Ritorna il punk in “Running Free” e i due axeman danno quel tocco tipico delle sei corde Iron Maiden per rendere originale il brano.
La seconda parte inizia  con “Phantom of the Opera“, uno dei pezzi migliori dell’album grazie ai diversi cambi di tempo chitarristici di Murray che tocca l’apice nella parte centrale, lanciandosi in assolo che lasciano basiti ad ogni ascolto. C’è spazio anche per la strumentale “Transylvania“, che sfuma nella ballata successiva “Strange World“: emozionante, evocativa e eterea, unico brano in cui Di Anno canta in modo dolce e melodico (anche se il risultato non è dei migliori). In conclusione abbiamo “Charlot the Harlot” capitolo minore del disco, in quanto non si riesce a capire dove la band volesse andare a parare; il finale tuttavia è coi fiocchi con “Iron Maiden“: intriso di ferocia, veloce, con Clive Burr che mena fendenti senza pietà sulla batteria e con Di Anno che può essere libero di buttare fuori tutta la cattiveria rimastagli.

Killers - Iron MaidenPassa un anno, ma è già tempo di cambiamenti in casa Iron Maiden: fuori il chitarrista  Dennis Stratton dentro sua maestà Adrian Smith; alla produzione arriva niente meno che Martin Birch (produttore fisso degli Iron Maiden fino a Fear of the Dark) , noto per aver lavorato con gente del calibro di Deep Purple, Black Sabbath e Rainbow.
Anche il sound subisce mutamenti epocali, il punk che si udiva qua e là nel precedente lavoro è praticamente sparito. Killer diviene a tutti gli effetti il primo disco con il tipico suono “Maiden”. La maestosa “The Ides of March” e la successiva “Wrathchild” segnalano che il gruppo è all’apice della propria creatività, il nuovo Smith è formidabile e viene sfruttato (musicalmente, s’intende) al massimo, con il collega di corde Murray: diventeranno la migliore coppia di chitarristi nella formazione dei Maiden. Nessun filler, assolo imprescindibili e Paul Di Anno che lascia un ricordo indelebile con la sua classica imprevedibilità canora in ogni brano. Mr Harris condisce il tutto con le sue divertenti terzine: “Killers” è uno dei prodotti migliori partoriti dalla “Vergine di Ferro” nonché un disco storico della NWOBHM. Ahimè dopo questo capolavoro la band cambierà decisamente timbro e non riuscirà più a toccare questi altissimi livelli compositivi; continuerà a volare molto alto e ad incendiare i palchi di tutto il mondo.

Giunti a questo punto diventa doveroso mettere in chiaro che gli Iron Maiden non hanno inventato l’heavy metal, per sincerarsi di ciò (e per non bollare il sottoscritto come negazionista!) basta ripescare l’omonimo disco d’esordio della band di Steve Harris e confrontarlo con “Sad Wings of Destiny” (pubblicato nel 1976) dei Judas Priest, in quello dei primi troverete la rabbia e il sound grezzo del punk, fuso con le melodie della NWOBHM; mentre in quello dei secondi vengono gettate le basi fondamentali dell’heavy metal.
Ma perchè dico ciò? Perchè The Number of the Beast (1982) è il disco che ha fatto conoscere al mondo intero l’heavy metal, l’album che ha trasformato migliaia di adolescenti ribelli in metallari, e anche quello che ogni fan dei Maiden che si rispetti possiede gelosamente, facendo dimenticare tutto ciò che musicalmente è stato fatto prima.

Siamo verso la fine del tour di supporto del precedente disco Killers, quando Paul  Di Anno inizia a sentirsi a disagio sul palco e all’interno della band; lui stesso in un’intervista racconta: “Non ce la facevo più a girare su e giù per l’Europa, mi mancava la mia famigilia, il mio desiderio era di ritornarmene a casa“. A creare problemi non era solo la nostalgia di Paul, ma anche il suo abuso di sostanze stupefacenti e questo non fece altro che peggiorare le cose: l’allontanamento dalla band fu un’ovvia conseguenza!
Gli Iron Maiden si mettono alla ricerca di una nuova voce e la leggenda narra che il manager Rod Smallwood  e il bassista Harris  assistettero ad un concerto di una bizzarra metal band londinese al Reading Festival, i Samson, dietro al microfono c’era un certo “Bruce Bruce” (soprannome di Bruce Dickinson): i due rimasero stregati e chiesero se si voleva unire alla band, Dickinson accettò volentieri e il resto è storia.

The Number Of The Beast - Iron MaidenThe Number of the Beast apre quindi uno nuovo capitolo, la band si lascia alle spalle il sound grezzo e imprevedibile per far largo alla melodia più studiata e anche più appetibile al mainstream, Bruce è il cantante giusto per iniziare questo nuovo corso, le sue doti canore sono ancora tutt’oggi indiscutibili; tuttavia Di Anno (con tutti i suoi difetti) era altra cosa, anzi tutta la band era su un altro livello! Tornando al disco, le sonorità si rifanno a quelle dei Black Sabbath del periodo di Ronnie James Dio (Martin Birch ha prodotto Heaven and Hell, ricordiamocelo!), più pesanti se vogliamo, e farcite delle classiche cavalcate maideniane.
The number of the beast“, “Run to the Hills“,”Hallowed be thy name”  racchiudono l’essenza dell’album: hanno folgorato legioni di metalheads, il tris di brani si snodano  tra incubi di Steve Harris, citazioni storiche, folklore medioevale e fiumi di assolo e cori. Altre  perle  sono “Children  of the damned” e “22 Acacia Avenue“,  dove Dickinson dà il meglio di sè trascinando anche la band nell’apice di bellezza dell’album; il resto del disco è metallo camuffato da hard-rock (ecco qui la mano di Birch alla causa!) che può tranquillamente essere ignorato.
I Maiden con questo disco diventeranno sinonimo di Heavy Metal, non serve aggiungere altro!

Tralasciando cosa rimane tra la fine del 1982 e il 1988, passo direttamente al primo concept in casa Maiden: Seventh Son of a Seventh Son. Se l’approccio dei Maiden con le tastiere e sintetizzatori era iniziato con Somewhere in Time (1986),  in un miscuglio plausibile senza pur tuttavia minare al classico sound maideniano. Nel lavoro del 1988 la ‘Vergine di Ferro’ rompe definitivamente gli indugi e le tastiere sono quasi sempre presenti, tanto che alcuni fans si sentirono traditi dalle parole di Bruce Dickinson, che solo qualche tempo addietro in un’intervista aveva assicurato: «Non si può fare heavy metal con le tastiere…». Questo disco, come dicevo poc’anzi, è anche il primo concept album dei Maiden basato su storie paranormali, le quali riprendono diversi passaggi della Bibbia (l’Apocalisse di Giovanni su tutte).

«Sette peccati mortali
Sette modi per vincere
Sette sentieri sacri per l’inferno
E il viaggio inizia;
Sette pendii discendenti,

Sette speranze insanguinate,
Sette sono i tuoi fuochi ardenti,
Sette i tuoi desideri…»

Seventh Son of a Seventh Son - Iron MaidenSi inizia con questo incipit recitato da Dickinson (il sette è un numero fondamentale del concept del disco) il quale da il via a “Moonchild”: non c’è nessuno che non sia rimasto basito udendo le prime note del brano, ovvero un riff di tastiera pseudo-wave, tuttavia è solo una momentanea apparenza. Il pezzo procede in modo quadrato e Bruce è teatrale come non mai e pare proprio di ascoltare una storia epica d’ altri tempi (i nostrani Rhapsody of Fire devono molto a questo album). “Infinite Dreams”è una ballad diversa dal solito, in quanto a metà brano entrano di prepotenza le classiche cavalcate interminabili degli Iron Maiden e diventa tutto un po’ più aggressivo. Ottimo brano, peccato che nei  live la band l’ha riposto nel dimenticatoio.

Ricordo per completezza i due singoli del disco, “Can I Play with Madness?” e l’indimenticabile “The Evil that Men do”, il primo è un pezzo banalissimo sul quale è meglio stendere un velo pietoso (visto gli sviluppi nell’album successivo …), mentre il secondo fa parte della storia della ‘Vergine di Ferro’: canzone malinconica e potente che ogni fan conosce come le suole delle proprie scarpe. Eppure come spesso accade il capolavoro è nella title track: è davvero complesso descrivere una canzone del genere, dove  il rock-progressive di classe si tinge di sfumature epiche e maestose delle tastiere. Da inchino è la performance alla batteria di McBrain (subentrato a Clive Burr), dove crea un ritmo sostenuto che accelera  progressivamente con il procedere del brano, il tutto con la precisione di un chirurgo; Murray e Smith ovviamente non stanno a guardare e tirano fuori l’impossibile dalle chitarre.
Dopo questo indubbio e controverso capolavoro i Maiden inizieranno a sprofondare nella voragine della mediocrità, dalla quale tutt’oggi non riescono  ad uscirne completamente.

Fear of the Dark - Iron MaidenDella rivoluzione grunge hanno giovato i Ramones (seppur per poco) e non di meno gli Iron Maiden che con Fear Of The Dark hanno attirato una seconda generazioni di nuovi fans, facendo quasi cadere in secondo piano un album essenziale come “The Number Of The Beast”. Tutta colpa all’immortale title track che dal vivo ha avuto un successo stratosferico e che non accenna tuttora a diminuire (la band la ripropone in ogni live da tempi immemori).
La Vergine di Ferro ha il compito di far dimenticare la caduta di stile avuta  con il precedente No Prayer For The Dying (1990), dove si scimmiottava in maniera imbarazzante gli Ac/Dc; ma purtroppo ci riesce solo in parte, creando un album mediocre con qualche ottima intuizione sparsa per il disco (complice il fatto che la sbornia hard rock ha trovato terreno fertile). L’iniziale “Be Quick Or Be Dead” è un pezzo vigoroso e dinamico dove però Bruce Dickinson  offre una prestazione non  all’altezza della sua fama, brano che altrimenti sarebbe stato davvero bello.
Afraid to Shoot Strangers” inizia lenta e sognante ma verso la fine vira totalmente per diventare veloce e concludendosi insensatamente di nuovo con ritmi lenti; modus operandi usato incessantemente in tutti i dischi successivi. Brano ad ogni modo degno di nota. C’è posto anche per la ballata “Wasting Love”  pezzo scontato e anonimo. L’ultima parte dell’album è decisamente migliore, brani più heavy  ed ispirati, come in “The Fugitive” (chiaro riferimento al romanzo di Stephen King “L’uomo in Fuga”) con una batteria travolgente e chitarre ora cattive e ora melodiche con un ritornello accattivante. Stessa cosa anche in “Judas Be my Guide“, pezzo che ricorda i bei tempi in cui i Maiden sfornavano capolavori; le restanti altre tracce invece sono ancora troppo legate alle sonorità del precedente disco. A chiudere c’è lei, la già citata “Fear Of The Dark“, dal ritornello facile da cantare  a squarciagola nei concerti, pezzo pieno di atmosfera e pathos che poi esplode sprigiona energia da tutti pori che prende  e lascia un ricordo incancellabile  a chi la ascolta, diventando un altro brano d’antologia dei Maiden.
Tutto sommato è un lavoro sufficiente che soffre della mancanza di Adrian Smith e di un Bruce talentuoso, il quale poi lascerà la band dopo il tour di supporto (farà ritorno solo nel 2000), creando un vuoto incolmabile.

Se fin qui il percorso sembra accettabile (anche con qualche riserva) ora si passa alle note dolenti, di cui The Final Frontier (2010) è forse l’episodio più eclatante. Non bastava il mezzo incidente di A Matter of Life and Death (2006) e neanche le migliaia di album live disseminate qua e là, per non parlare dell’utilissimo quarto best of , o dei tours commemorativi , dvd  per nostalgici dei bei tempi, e addirittura un concerto da proiettare nei cinema!!!
Nonostante il titolo dell’album promettesse bene (in quanto ci fa sperare che questa sia davvero l’ultima frontiera di una Vergine di Ferro arrugginita!), assistiamo a l’ennesima trovata commerciale per una band storica che non ha bisogno di mettere negli scaffali dischi di dubbia qualità. Brani senza soluzione di continuità, che ripropongono lo stesso sound ritrito (il che può anche andare bene fino ad un certo punto), ma che mostra una band in forma davvero precaria (e non solo di idee). Eppure qualsiasi cosa tocchino gli Iron Maiden diventa oro, grazie ai fans beoti che si accontentano della solita minestra in brodo da più di trent’ anni a questa parte.
Ve l’ho già detto, per caso?!!! Da evitare !

La Firma: Mighell
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